Dove un tempo sorgeva Stepanakert, capitale della Repubblica di Artsakh, oggi si estende Khankendi, una città in cantiere permanente. Il panorama con qualche gru, palazzi integri ma ancora vuoti si alternano a edifici sovietici in demolizione. Nei villaggi circostanti, abitazioni “smart” equipaggiate con pannelli solari aspettano abitanti che tardano ad arrivare. È questa l’immagine attuale del Nagorno Karabakh, due anni dopo che l’offensiva lampo dell’Azerbaijan del 19 settembre 2023 ha posto fine a oltre tre decenni di autogoverno armeno nella regione.

La Repubblica di Artsakh, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, è stata ufficialmente dissolta il primo gennaio 2024. Con essa è scomparsa quasi interamente la popolazione armena che l’abitava: oltre 100mila persone hanno attraversato il corridoio di Lachin verso l’Armenia in una settimana, in uno degli esodi più rapidi della storia recente. Oggi, mentre l’Azerbaijan investe miliardi nella ricostruzione del territorio, questi rifugiati vivono in un limbo tra un’integrazione difficile ed un futuro molto incerto.

Un territorio che cambia identità
Il Nagorno Karabakh che emerge dalla nebbia della guerra è un cantiere a cielo aperto. Secondo i dati del Comitato Statistico azero, nel 2024 sono stati spesi 3,5 miliardi di dollari in lavori di ricostruzione, dopo i 3,3 miliardi dell’anno precedente. In totale, dal 2021, l’Azerbaijan ha allocato circa 19 miliardi di dollari per il ripristino delle zone riconquistate.
La trasformazione è visibile ovunque. Tre aeroporti internazionali sono stati inaugurati in un raggio di meno di 100 chilometri, tutti praticamente inutilizzati. Villaggi dotati di energia solare sorgono dove un tempo c’erano insediamenti rurali. Il presidente azero Ilham Aliyev ha promesso che le nuove centrali idroelettriche genereranno 270 megawatt entro fine anno, mentre un impianto solare da 240 megawatt è in progettazione.
Ma la ricostruzione fisica è solo una parte della storia. Parallelamente, sta avvenendo quella che organizzazioni internazionali e gruppi per i diritti umani descrivono come una cancellazione sistematica dell’eredità armena nella regione. Secondo il gruppo di monitoraggio Caucasus Heritage Watch, almeno dieci siti di patrimonio culturale armeno sono stati distrutti o gravemente danneggiati dal 2020, anno d’inizio del conflitto. La chiesa di San Giovanni Battista a Shushi, costruita nel 1847 e nota in armeno come Kanach Zham, è stata demolita nell’inverno 2023-24 (secondo un’indagine del Caucasus Heritge Watch). La chiesa di San Zoravor Astvatsatsin a Mekhakavan ha subito la stessa sorte, così come quelle di San Sargis a Mokhrenes e dell’Ascensione a Berdzor.

Immagini satellitari mostrano la distruzione di interi villaggi: a due chilometri dalla chiesa distrutta di Susa (Shushi), dove un tempo sorgeva l’insediamento di Karintak (Dasalti in azero), oggi è in costruzione una grande moschea. Cimiteri armeni sono stati rasi al suolo, monumenti sovietici dedicati a figure armene rimossi, targhe commemorative cancellate.
Il governo azero respinge le accuse di distruzione deliberata. Baku sostiene di rispettare il patrimonio culturale e attribuisce i danni ai combattimenti. Ha ripetutamente negato l’accesso a osservatori internazionali indipendenti, rendendo impossibile una verifica sul campo. L’Azerbaijan è andato oltre la distruzione fisica, negando in alcuni casi che certi monumenti siano mai stati armeni, in quello che gli studiosi definiscono “revisionismo culturale”.
La Corte Internazionale di Giustizia, in una decisione del dicembre 2021, aveva ordinato all’Azerbaijan di “adottare tutte le misure necessarie per prevenire e punire atti di vandalismo e profanazione del patrimonio culturale armeno”. Ma nel 2024 il Parlamento Europeo ha constatato che “l’eliminazione delle tracce del patrimonio culturale armeno viene realizzata non solo danneggiandolo e distruggendolo, ma anche attraverso la falsificazione della storia”.
Il “Grande Ritorno” che fatica a decollare
Per l’Azerbaijan, la riconquista del Nagorno Karabakh rappresenta la risoluzione di un’ingiustizia storica. Tra 700mila e 870mila azeri furono costretti a lasciare le loro case nella regione e nei distretti circostanti durante la prima guerra del Karabakh negli anni Novanta. Per tre decenni hanno vissuto come sfollati interni, molti in condizioni di povertà, cullando il sogno del ritorno.
Il programma governativo chiamato “Grande Ritorno” prevede di riportare 140mila sfollati azeri entro il 2026. Tuttavia, secondo dati di maggio 2025, solo circa 13.745 persone classificabili come ex-sfollati sono effettivamente rientrate, mentre oltre 28mila presenti nel territorio sono lavoratori temporanei impegnati nella ricostruzione.
Il ritardo ha molteplici cause. Molti villaggi rimangono inaccessibili a causa delle mine: lo sminamento richiederà decenni. Ma c’è anche un problema più profondo: la disconnessione tra ciò che il governo sta costruendo e ciò che gli ex-sfollati desiderano realmente.
“Vogliono sapere che avranno terra da coltivare”, spiega un giornalista azero sfollato da Aghdam citato dai media locali. “Chiedono ‘perché abbiamo bisogno di villaggi intelligenti?’ In altre parti dell’Azerbaijan il governo promuove l’agricoltura, e gli sfollati dicono che vogliono semplicemente la stessa cosa nel Karabakh”. Molti preferirebbero ricevere un compenso per le case distrutte e terra bonificata dalle mine, per poi costruirsi la propria abitazione e coltivare. (Foreign Policy, “Environmental Concerns Loom Over Azerbaijan’s Reconstruction of Nagorno-Karabakh” 27 febbraio 2024)
Un ex-residente della regione di Lachin ha dichiarato: “Non prenderei in considerazione di tornare perché ho il mio lavoro qui a Baku”. Altri trovano i loro villaggi irriconoscibili. Una donna di Xocali ha raccontato: “Stanno costruendo strutture bellissime, ma non ci permettono nemmeno di tenere una gallina. Non vivevamo a Mosca, vivevamo in un villaggio”. (Foreign Policy, “Environmental Concerns Loom Over Azerbaijan’s Reconstruction of Nagorno-Karabakh” 27 febbraio 2024)
Per Mahir Zulfugarov, a capo di una squadra di sminamento azera, il ritorno è comunque inevitabile, anche se la terra natale sarà molto diversa. Il suo villaggio, Nuzgar, rimane inaccessibile, ma lui è certo che un giorno vi tornerà: “Non penso a quello che è successo qui, penso a quello che diventerà. Tra cinque o dieci anni, questo potrà essere uno dei posti più belli”. (Foreign Policy, “Environmental Concerns Loom Over Azerbaijan’s Reconstruction of Nagorno-Karabakh” 27 febbraio 2024)
Il giornalista italiano Matteo Civillini (IRPI), uno dei pochi occidentali ad aver visitato la regione in un tour ufficiale nell’aprile 2024, ha descritto un’atmosfera “surreale, leggermente distopica”. “Era impressionante quanto poche persone sembrasse effettivamente vivere lì. C’era una chiara dissonanza tra la scala di ciò che veniva costruito e le apparenti necessità locali”.
L’Armenia e il peso di 100mila profughi
Sul versante opposto della montagna, in Armenia, la crisi umanitaria segue un corso diverso ma altrettanto difficile. Quando i 100.632 armeni del Nagorno Karabakh hanno attraversato il corridoio di Lachin tra il 24 settembre e il primo ottobre 2023, l’Armenia si è trovata ad affrontare una delle più grandi ondate di rifugiati della sua storia moderna. Per un paese di circa 3 milioni di abitanti, significa che una persona su trenta è oggi un profugo del Karabakh.
La risposta iniziale è stata generosa. Il governo ha registrato gli arrivi, ha distribuito un pagamento una tantum di 250 dollari per adulto, seguito da un sussidio mensile di 185 dollari, il salario minimo in Armenia, per coprire affitto e bisogni primari. Tutti sono eleggibili per la cittadinanza armena. Ma secondo il Crisis Group, l’aiuto ha messo sotto tensione il bilancio statale, e non è chiaro quanto a lungo Yerevan possa sostenere i pagamenti.
Quasi la metà dei rifugiati si è stabilita a Yerevan, la capitale, e un altro 30% nelle vicinanze, dove le autorità locali affermano che i rifugiati superano di gran lunga gli alloggi disponibili. A Masis, dove vivono 24mila persone, una cittadina a venti minuti dalla capitale, sono arrivate circa 11.500 persone, quasi il 10% dell’intera popolazione del Nagorno Karabakh, incrementando di un terzo di fatto il numero di residenti. Funzionari locali hanno dovuto temporaneamente lasciare i loro uffici perché i rifugiati potessero trasferirsi. Asili, biblioteche e scuole sono stati riconvertiti in spazi abitativi.

La situazione abitativa rimane critica. Il governo ha adottato nel maggio 2024 un programma che prevede l’emissione di certificati speciali da 7.500 a 12.500 dollari per ogni rifugiato, ma molti considerano questa cifra insufficiente per acquistare o costruire una casa.
C’è poi la questione della cittadinanza. Secondo il Ministero dell’Interno armeno, dei 79mila armeni del Karabakh che avevano completato la registrazione entro marzo 2024, solo 1.437 avevano richiesto la cittadinanza. Dati più recenti indicano che a ottobre 2024 solo 3.431 rifugiati avevano ottenuto la cittadinanza armena.
Molti mantengono i passaporti della Repubblica di Artsakh, in parte per paura di perdere diritti collettivi, in parte per motivi simbolici. Una donna di nome Rima ha raccontato: “Al dipartimento dei passaporti mi hanno detto che non potevo ottenere lo status di rifugiato perché avevo un certificato di nascita in Armenia. Questo nonostante avessi vissuto nel Nagorno Karabakh dall’età di sette anni e avessi la cittadinanza lì. Mi hanno suggerito di rinunciare alla mia cittadinanza attuale e ottenere quella armena. Ho detto che se non mi concedete lo status di rifugiato, almeno registratemi così posso ricevere gli assegni per i miei figli. Non l’hanno fatto nemmeno quello”. (New Eastern Europe, “The Nagorno-Karabakh refugee problem is still an unresolved issue” (18 giugno 2025)
L’integrazione economica rappresenta un’altra sfida enorme. Molti rifugiati parlano principalmente russo e non hanno una buona padronanza dell’armeno, il che restringe ulteriormente le loro opportunità di lavoro. Chi proveniva da centri urbani dell’Azerbaijan negli anni Novanta si è spesso trovato in aree rurali dell’Armenia, dovendo imparare da zero come coltivare la terra.
Sondaggi recenti indicano che i rifugiati del Karabakh si collocano tra i più poveri della società armena. Secondo dati di giugno 2024, 10.308 dei rifugiati hanno già lasciato l’Armenia. Altre fonti, come ex-rappresentanti del governo di Artsakh, stimano che il numero possa avvicinarsi a 20mila, con oltre il 30% dei profughi che considera l’emigrazione verso paesi terzi.
Il sostegno internazionale, pur esistente, è stato considerato da molti inadeguato. Al giugno 2024, l’Armenia aveva ricevuto 109 milioni di dollari in aiuti da partner internazionali, ma gran parte di questa cifra rappresentava impegni piuttosto che fondi effettivamente erogati. Per fare un confronto, il pacchetto di aiuti alla Georgia dopo la guerra dell’agosto 2008 ammontò a 4,5 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno stanziato 28 milioni di dollari dal 2020, l’Unione Europea 17,5 milioni dal settembre 2023, la Francia 27,5 milioni nel 2023, mentre il Regno Unito ha contribuito con un milione di sterline. Si rischia un’impennata di senzatetto nei prossimi anni.
Il fallimento delle forze di pace russe

Al centro di questa tragedia c’è un fallimento che pochi si aspettavano: quello delle forze di peacekeeping russe. Quando furono spiegate nel novembre 2020, dopo la seconda guerra del Karabakh, circa 2.000 militari russi avevano il mandato di garantire la sicurezza del corridoio di Lachin e proteggere la popolazione armena. Il loro dispiegamento era stato presentato come una garanzia di stabilità per almeno cinque anni, rinnovabili automaticamente.
Ma quando l’Azerbaijan ha imposto il blocco del corridoio di Lachin nel dicembre 2022, impedendo l’importazione di cibo, carburante e medicine per nove mesi, i peacekeepers sono rimasti sostanzialmente inerti. Esperti dell’ONU nell’agosto 2023 avevano valutato la situazione come una “gravissima crisi umanitaria”, con residenti, specialmente bambini, disabili, anziani e malati, a rischio significativo.
Il 19 settembre 2023 l’Azerbaijan ha lanciato la sua offensiva finale, e i peacekeepers russi non sono intervenuti mentre l’offensiva lampo portava alla resa e all’esodo della popolazione armena. Sei peacekeepers russi persero la vita durante l’operazione, uccisi, secondo la Procura Generale azera, da forze azere che li avevano “confusi” con formazioni armate armene. L’incidente fu considerato chiuso dopo una telefonata tra i presidenti Putin e Aliyev, con espressioni di rammarico e promesse di compensazione alle famiglie delle vittime.
Ad aprile 2024, un anno e mezzo prima della scadenza formale del loro mandato, i peacekeepers russi hanno iniziato il ritiro, completato il 12 giugno 2024. La decisione è stata presentata come concordata tra Putin e Aliyev, ma riflette una realtà più complessa: con il Nagorno Karabakh ormai sotto pieno controllo azero e quasi completamente svuotato della sua popolazione armena, il ruolo dei peacekeepers era diventato paradossale.
Il fallimento russo ha avuto conseguenze profonde sui rapporti con l’Armenia. Yerevan ha “congelato” la sua partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata da Mosca, ha chiesto il ritiro dei peacekeepers russi dall’aeroporto internazionale di Yerevan, e ha iniziato a stringere legami più stretti con l’Occidente. Nel giugno 2024, Armenia e Stati Uniti hanno concordato di elevare il loro dialogo bilaterale a una “Commissione di Partenariato Strategico”.
Due narrative inconciliabili
La divisione tra le narrative armena e azera sulla vicenda del Nagorno Karabakh rimane profonda e apparentemente inconciliabile. Per l’Armenia, ciò che è accaduto nel settembre 2023 costituisce pulizia etnica. Nell’aprile 2024, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, il rappresentante armeno Yeghishe Kirakosyan ha dichiarato: “Dopo aver minacciato di farlo per anni, l’Azerbaijan ha completato la pulizia etnica della regione”.
Le prove raccolte da organizzazioni internazionali supportano questa interpretazione. Un rapporto di Freedom House e organizzazioni partner, basato su 330 interviste di testimoni rappresentanti 71 delle 107 comunità del Nagorno Karabakh, ha documentato molteplici casi di gravi violazioni dei diritti umani, infrazioni del diritto umanitario internazionale e violazioni del diritto penale internazionale da parte delle autorità azere. Le prove documentate si allineano con la definizione di pulizia etnica formulata da una commissione di esperti dell’ONU nel contesto della ex-Jugoslavia.

La Corte Internazionale di Giustizia, in misure provvisorie emesse nel novembre 2023, ha ordinato all’Azerbaijan di permettere agli armeni fuggiti di ritornare. Ma questi rifugiati sono rimasti in Armenia, e nessuno è tornato.
Dal punto di vista azero, invece, il 2023 ha segnato la legittima riconquista di territorio internazionalmente riconosciuto come proprio. Baku sostiene che tutti i residenti, indipendentemente dall’origine etnica, godono di garanzie di sicurezza, e che nessun armeno è stato costretto a lasciare il Karabakh. L’Azerbaijan ha risposto alle accuse armene alla CIG con una controquerela, e nel novembre 2024 la Corte ha stabilito che entrambe le parti possono procedere con i loro rispettivi casi.
Per gli azeri, la trasformazione del Nagorno Karabakh è una questione di giustizia storica e sviluppo economico. Il presidente Aliyev ha ripetutamente sottolineato che la ricostruzione rappresenta un’opportunità per modernizzare la regione, implementare tecnologie verdi e creare un modello di sviluppo sostenibile. L’Azerbaijan ha presentato i suoi piani per il Karabakh alla conferenza COP28 sul clima di Dubai nel 2023 e ha ospitato la COP29 nel novembre 2024.
Riguardo alla distruzione del patrimonio culturale armeno, Baku nega le accuse sistematiche e sostiene di rispettare le convenzioni internazionali. Ha anche accusato l’Armenia di aver commesso distruzioni simili durante i decenni di controllo della regione. Un rapporto dell’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) ha effettivamente documentato inquinamento ambientale e deforestazione durante l’amministrazione armena, sebbene abbia anche notato che la campagna di costruzione azera stava già mettendo ulteriore pressione sull’ambiente.
Il futuro: pace fragile o nuove tensioni?
Due anni dopo la fine della Repubblica di Artsakh, la questione centrale non è più se il Nagorno Karabakh tornerà mai sotto controllo armeno, quel capitolo sembra definitivamente chiuso, ma se Armenia e Azerbaijan riusciranno finalmente a costruire una pace duratura.
I negoziati proseguono, lentamente. Nell’aprile 2024, l’Armenia ha accettato di restituire all’Azerbaijan quattro villaggi di confine. Secondo dichiarazioni dei primi ministri, le parti hanno concordato 13 dei 17 articoli che costituiranno l’accordo di pace, con un accordo parziale su altri tre. Il presidente azero Aliyev ha annunciato che l’80% di un accordo è stato finalizzato.
Nell’agosto 2025, in un evento a sorpresa, l’amministrazione Trump ha ospitato alla Casa Bianca i leader di Armenia e Azerbaijan, che hanno annunciato un accordo di pace. L’accordo include una dichiarazione congiunta di pace, una richiesta congiunta di sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE, e una disposizione che garantisce agli Stati Uniti diritti esclusivi per lo sviluppo di una rotta di transito dall’exclave di Nakhchivan attraverso il sud dell’Armenia fino all’Azerbaijan, denominata “Trump Route for International Peace and Prosperity”.
Ma ostacoli significativi rimangono. Uno è il cosiddetto corridoio di Zangezur, che l’Azerbaijan vuole costruire per collegare la sua terraferma con l’exclave di Nakhchivan, separata da circa 43 chilometri di territorio armeno meridionale. Questo corridoio, che di fatto separerebbe l’Armenia dall’Iran, rappresenta una questione estremamente sensibile per Yerevan.
Un altro punto di frizione è il preambolo della Costituzione armena, che fa riferimento all’eventuale riunificazione di Armenia e Nagorno Karabakh. Il primo ministro Pashinyan ha accettato di avviare un referendum costituzionale, previsto per il 2027, per modificare questa disposizione, nonostante le forti reazioni negative dell’opinione pubblica.
Nel 2025, l’Azerbaijan ha avviato processi contro sedici ex-funzionari armeni del Nagorno Karabakh, tra cui l’ex-ministro di stato Ruben Vardanyan. Funzionari armeni hanno criticato i procedimenti come “processi farsa”, citando l’accesso limitato ai media e accuse di terrorismo arbitrarie.
Sul terreno, la situazione rimane tesa. Ci sono stati episodi di violenza al confine, come quello del febbraio 2024, quando truppe azere posizionate in territorio armeno hanno aperto il fuoco, uccidendo quattro soldati armeni e ferendone uno. Analisti temono che l’Azerbaijan possa usare la forza militare per ottenere ulteriori obiettivi politici, potenzialmente lanciando un’offensiva attraverso il sud dell’Armenia per creare una connessione terrestre con Nakhchivan.
Epilogo: memorie cancellate e vite sospese
In un appartamento affollato nel sobborgo di Yerevan, Lusine e i suoi venti parenti vivono in uno spazio ristretto e spoglio che ora chiamano casa. Come migliaia di altri rifugiati del Karabakh, sono troppo spaventati per tornare anche se potessero. Il trauma del blocco, della fuga precipitosa, della perdita di tutto ciò che conoscevano, rimane vivo.
A circa 150 chilometri di distanza, dove un tempo sorgeva il suo villaggio natale, Mahir Zulfugarov continua a setacciare il terreno contaminato da mine, sognando il giorno in cui potrà tornare a casa. “Qui sono nato. Qui ho studiato, ho litigato con i miei amici”, dice. Per lui, ciò che conta non è il passato ma il futuro: “Tra cinque o dieci anni, questo potrà essere uno dei posti più belli”. (Foreign Policy, “Environmental Concerns Loom Over Azerbaijan’s Reconstruction of Nagorno-Karabakh”, 27 febbraio 2024)
Nel frattempo, in Armenia, oltre 100mila persone vivono in un limbo tra passato e futuro, tra l’identità di profughi e la prospettiva incerta di una nuova vita. Molti hanno perso non solo le case, ma interi universi di memoria: cimiteri dove riposavano i loro antenati, chiese dove pregavano da generazioni, piazze dove giocavano da bambini.
La questione del Nagorno Karabakh ha plasmato per decenni le relazioni tra Armenia e Azerbaijan, alimentando tre guerre e lasciando un’eredità di sfollamenti di massa da entrambe le parti. Gli eventi del 2023-2024 hanno scritto forse l’ultimo capitolo di questa storia, ma hanno aperto nuove domande sul futuro del Caucaso meridionale.
Può esistere una pace vera tra due paesi i cui cittadini sono stati educati per generazioni a vedersi come nemici? Può l’Armenia integrare i rifugiati del Karabakh senza sostegno internazionale adeguato? Può l’Azerbaijan ripopolare una regione che ha perduto la sua popolazione storica senza creare nuove tensioni? E soprattutto: la comunità internazionale, che ha assistito per anni al progressivo deterioramento della situazione senza intervenire efficacemente, imparerà qualcosa da questo fallimento?
Le risposte a queste domande determineranno non solo il destino dei 100mila profughi armeni che cercano di ricostruire le loro vite, ma anche la stabilità di una regione strategicamente cruciale, incastonata tra Russia, Turchia e Iran, attraversata da oleodotti e gasdotti vitali, e ora al centro di nuove ambizioni geopolitiche.
Nel frattempo, sul terreno, la storia continua a essere riscritta, non solo sui libri, ma nel paesaggio stesso, dove ogni chiesa demolita, ogni monumento rimosso, ogni nome cambiato rappresenta la cancellazione di una memoria collettiva e l’imposizione di una nuova narrativa. È un processo che va ben oltre il controllo territoriale: è una battaglia per definire chi può rivendicare il diritto di chiamare quella terra casa, e chi può reclamare il diritto di ricordare.
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