Il paradosso della frontiera di genere nell’Unione Europea: il Monte Athos

Esiste un luogo, in Europa, dove nessuna donna può mettere piede. Non per tradizione informale, ma per legge. Si tratta del Monte Athos, una penisola montuosa nella Grecia settentrionale, 335,6 km² di superficie, dove vige l’unico divieto esplicito basato sul genere in tutto il territorio dell’UE. Un paradosso giuridico che mette in tensione i valori fondamentali europei con la tutela di una tradizione monastica millenaria, e che continua a sollevare interrogativi sulla legittimità di mantenere “zone franche” dai diritti moderni.

Cos’è il Monte Athos e perchè esiste un divieto?

Il Monte Athos, o Stato Monastico Autonomo del Monte Athos, è una regione che occupa l’estremità orientale della penisola Calcidica. Dal X secolo ospita una comunità di monaci ortodossi distribuiti in venti monasteri principali e numerose celle, 250 eremi isolati. Circa duemila monaci vivono in questo territorio che si autogoverna secondo regole bizantine, seguendo il calendario giuliano e mantenendo uno stile di vita praticamente immutato da secoli. La penisola è considerata uno dei luoghi più sacri dell’Ortodossia orientale e conserva un patrimonio artistico e architettonico di valore inestimabile.

Il divieto di accesso alle donne, in greco “Avaton”, risale almeno al 1046, quando l’imperatore bizantino Costantino IX lo codificò ufficialmente. Secondo la tradizione, la Vergine Maria è considerata l’unica “padrona” e protettrice del Monte Athos, e la presenza di altre donne violerebbe questa dedizione esclusiva. I monaci sostengono che il divieto non derivi da misoginia, ma dalla necessità di preservare un ambiente completamente dedicato alla vita ascetica e contemplativa, libero da qualsiasi distrazione o tentazione mondana.

E l’Unione Europea?

Quando la Grecia aderì alla Comunità Europea nel 1981, il Monte Athos ottenne una deroga speciale. Il Trattato di Adesione include un protocollo che riconosce lo status costituzionale speciale del territorio monastico, permettendogli di mantenere le proprie regole tradizionali, compreso il divieto per le donne. Questa eccezione fu poi confermata nel Trattato di Lisbona. In pratica, l’Unione Europea ha scelto di riconoscere un’area dove non si applicano pienamente i principi fondamentali sulla parità di genere sanciti dai trattati europei.

Si tratta di un’anomalia unica. Non esistono altri casi nell’UE di deroghe esplicite ai diritti fondamentali basate sul genere per un intero territorio. Il Monte Athos rappresenta un’eccezione geografica totale, dove metà della popolazione mondiale non può entrare per il solo fatto di essere nata donna. Il divieto si estende anche agli animali di sesso femminili, tranne che ad insetti, uccelli e gatti.

Casi di violazione dell’Avaton e la legge greca

Notiziario risalente all’8 Gennaio 2008 trasmette i video della manifestazione che prese luogo al confine del Monte Athos

Questa situazione ha generato nel tempo dibattiti e tentativi di sfida. Nel gennaio del 2008, dieci donne hanno scavalcato una recinzione e sono entrate nel territorio del Monte Athos per circa venti minuti, accompagnate da un migliaio di manifestanti. Tra loro c’era Litsa Ammanatidou-Paschalidou, oggi membro del parlamento greco insieme al partito di sinistra Unità Popolare, al tempo deputata per SYRIZA nell’era pre-Tsipras. La protesta non era principalmente contro il divieto di genere, ma contro le rivendicazioni territoriali di cinque monasteri su circa ottomila ettari di terra nella penisola Calcidica, al di fuori dei confini formali del Monte Athos. La manifestazione aveva quindi motivazioni legate a dispute fondiarie ma la violazione deliberata dell’Avaton da parte di Ammanatidou-Paschalidou, e delle sue 9 compagne, era un’effettiva accusa di incostituzionalità della legge che rese un reato penale la violazione dei confini del Monte Sacro.

Il reato esiste fu dal 1953, quando Maria Poimenidou riuscì a entrare vestita da uomo e rimase tre giorni prima di essere scoperta. L’episodio portò all’approvazione del decreto 2623/1953 che punisce con la reclusione da due a dodici mesi le donne che tentano di entrare nel territorio monastico. Negli anni Novanta, la giornalista greca Malvina Karali sostenne di essere entrata anch’essa travestita da uomo.

Sul piano istituzionale, il Parlamento Europeo ha adottato nel 2003 una risoluzione che condannava il divieto come violazione dell’uguaglianza di genere. Tuttavia, questa posizione non ha avuto conseguenze pratiche, dato che la deroga è sancita dai trattati europei stessi. Negli anni successivi sono emerse petizioni e gruppi di attiviste greche che chiedono l’abolizione del divieto, ma senza un sostegno politico sufficientemente forte per modificare lo status quo.

Il cuore del dibattito

Si sollevano questioni complesse. Da un lato, l’argomento dei monaci ha una sua coerenza interna: il Monte Athos non è un museo o un’attrazione turistica, ma una comunità religiosa vivente che ha scelto un modello di vita radicalmente separato dal mondo. I monaci sottolineano che l’intero sistema monastico del Monte Athos si basa sulla rinuncia totale alla vita familiare e sessuale, e che la presenza femminile introdurrebbe una dinamica incompatibile con questo ideale. Per loro, si tratta di una scelta ascetica estrema, non di una discriminazione contro le donne.

Dall’altro lato, è difficile ignorare che il risultato pratico è un divieto che esclude le donne in quanto tali, indipendentemente dalle loro intenzioni o comportamenti. Si potrebbe obiettare che esistono monasteri femminili con regole altrettanto rigide, ma questi non beneficiano di una deroga statale che impedisce fisicamente l’accesso agli uomini in un intero territorio. Inoltre, il Monte Athos non è solo un luogo di culto: è anche un patrimonio culturale e storico di rilevanza mondiale, con tesori artistici e archivi di valore inestimabile che metà dell’umanità non può vedere di persona.

C’è poi una distinzione da fare tra la motivazione teologica originaria e le implicazioni contemporanee. La tradizione dell’Avaton si sviluppò in un contesto storico dove la separazione dei sessi era norma diffusa in molte società, e dove la vita monastica maschile ortodossa si strutturava attorno all’idea di fuga dal mondo, incluse le relazioni con le donne. Riconoscere questo contesto non significa necessariamente giustificare la permanenza del divieto oggi, ma aiuta a comprendere che non si trattava inizialmente di una misura punitiva contro le donne, quanto piuttosto di un tentativo di creare uno spazio totalmente “altro” rispetto alla società ordinaria.

Monaco Ortodosso nel monastero di Vatopedi, Monte Athos (2006, Autore Sconosciuto,  CC-BY-SA-2.5)

Tuttavia, una pratica può avere origini storicamente comprensibili e al tempo stesso risultare problematica nel presente. Anche ammettendo la buona fede dei monaci, resta il fatto che il divieto comunica un messaggio simbolico potente: che la presenza femminile sia di per sé incompatibile con la santità e la contemplazione spirituale. Questo messaggio può essere letto come un’eredità di concezioni patriarcali che vedevano le donne principalmente come oggetti di tentazione sessuale, piuttosto che come persone capaci di scelte spirituali autonome.

La questione diventa ancora più delicata se si considera il ruolo dell’Unione Europea. L’UE si presenta come garante di valori universali, tra cui la parità di genere è considerata fondamentale. Permettere un’eccezione così marcata mina la coerenza di questo discorso. D’altra parte, imporre un cambiamento dall’esterno significherebbe probabilmente la fine del Monte Athos come comunità monastica vivente, trasformandolo in poco più di un museo. Questo solleverebbe a sua volta la domanda: ha senso preservare una tradizione religiosa se questa deve essere snaturata dei suoi elementi costitutivi?

Non esistono risposte semplici. Il caso del Monte Athos mette in luce un conflitto tra principi ugualmente legittimi: il diritto alla parità di genere e il diritto delle comunità religiose a organizzare la propria vita secondo le proprie convinzioni. In una società pluralista, trovare un equilibrio tra questi principi è inevitabilmente complicato. Alcuni sostengono che l’eccezionalità del Monte Athos sia giustificabile proprio perché si tratta di un caso unico, limitato a un territorio specifico e a una comunità che ha mantenuto le stesse regole per oltre mille anni. Altri ritengono che nessuna tradizione, per quanto antica, possa giustificare una discriminazione così esplicita.

Quel che è certo è che il Monte Athos continua a rappresentare un’anomalia nel cuore dell’Europa moderna, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove le regole del presente non si applicano completamente. Che lo si consideri un tesoro da preservare o un anacronismo da superare, resta un caso che interroga profondamente le società contemporanee sulla possibilità di far convivere tradizioni antiche e valori moderni, e sui limiti che siamo disposti ad accettare in nome della diversità culturale e religiosa.

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