Ossezia del Sud e Abcasia: tra riconciliazione georgiana e autodeterminazione negata

Nel dicembre 2024, mentre la Georgia viveva un momento di forte tensione politica con l’elezione del controverso presidente Mikheil Kavelashvili, una dichiarazione del primo ministro Irakli Kobakhidze ha riacceso il dibattito sui territori separatisti di Ossezia del Sud e Abcasia. Il governo georgiano, guidato dal partito Sogno Georgiano, ha annunciato l’intenzione di perseguire una politica di riconciliazione con i “fratelli osseti e abcasi”, arrivando persino a suggerire la possibilità di processare i responsabili della guerra del 2008 e di chiedere scusa per le violenze commesse.

Questa svolta,solleva una domanda fondamentale: dopo oltre trent’anni di separazione de facto, decine di migliaia di morti, sfollati e profonde ferite identitarie, una proposta di riconciliazione può ancora avere senso? E soprattutto, è credibile agli occhi di osseti e abcasi che da tre decenni vivono separati dalla Georgia?

La risposta non è semplice, perché Ossezia del Sud e Abcasia, pur essendo spesso trattate come un unico problema nei discorsi politici occidentali e non, rappresentano in realtà due traiettorie completamente diverse, con aspirazioni nazionali distinte e prospettive future divergenti.

Identità preesistenti trasformate dai conflitti

Per comprendere la situazione attuale è necessario guardare alle radici identitarie di questi territori. Gli osseti e gli abcasi non sono invenzioni della propaganda russa o costruzioni artificiose nate dai conflitti degli anni ’90. Si tratta di popoli con identità etniche, linguistiche e culturali distinte, che esistevano ben prima della nascita della Georgia odierna e sovietica.

Gli osseti discendono dagli antichi Alani, popolazioni iraniche che si stabilirono nel Caucaso settentrionale. L’invasione mongola li spinse verso sud, dove entrarono a far parte della comunità georgiana delle montagne. L’Ossezia venne divisa artificialmente durante il periodo sovietico: la parte settentrionale divenne una repubblica autonoma all’interno della Federazione Russa, mentre la parte meridionale ottenne lo status di regione autonoma all’interno della Repubblica Socialista Sovietica Georgiana.

Gli abcasi, invece, hanno una storia ancora più antica nella regione costiera del Mar Nero. La loro terra, conosciuta come l’antica Colchide (o Albania Orientale), passò sotto vari domini (romano, bizantino, arabo) prima di unirsi alla Georgia nel 1008. Durante il periodo sovietico, l’Abcasia divenne una repubblica socialista sovietica autonoma all’interno della Georgia, ma mantenne sempre una forte coscienza della propria specificità culturale e linguistica.

Queste identità preesistenti, tuttavia, sono state profondamente trasformate e politicizzate dai conflitti che sono scoppiati con il crollo dell’Unione Sovietica. Come ricorda l’esperta di conflitti Nino Kalandarishvili, citata dall’Osservatorio Balcani e Caucaso, i crimini commessi contro gli osseti negli anni ’90 furono dovuti “all ondata di nazionalismo etnico che avvolse il paese appena uscito dall’Unione sovietica”. Dimitri Sanakoev, ex capo dell’amministrazione dell’Ossezia del Sud con sede a Tbilisi, definisce quegli anni come “la pagina più vergognosa nella storia recente della Georgia”.

I conflitti degli anni 1991-1993 furono devastanti. In Ossezia del Sud, centinaia di persone morirono e migliaia di famiglie, sia ossete che georgiane, furono costrette ad abbandonare le proprie case. In Abcasia la situazione fu ancora più drammatica: si assistette a un vero e proprio massacro ai danni dei georgiani che abitavano nella regione, con il coinvolgimento di ribelli abcasi, mercenari ceceni e non solo, e militari russi. La Corte penale internazionale aprì un’indagine per fare luce sulle responsabilità.

La guerra del 2008, nota anche come “guerra dei cinque giorni”, ha rappresentato il punto di non ritorno. Tra il 7 e l’8 agosto, dopo crescenti tensioni, la Georgia lanciò un’offensiva militare verso Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud. La Russia intervenne immediatamente e nel giro di pochi giorni le truppe georgiane furono sconfitte, con i carri armati russi che arrivarono fino alle porte di Tbilisi. La guerra causò circa 800 morti e circa 192.000 sfollati. Il 26 agosto 2008, la Russia riconobbe formalmente l’indipendenza di entrambi i territori, diventando uno dei pochissimi paesi al mondo a farlo (insieme a Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria).

Una sentenza del 2021 della Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la Russia mantiene il “controllo diretto” sulle regioni separatiste ed è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. La Corte ha documentato come l’esercito russo abbia passivamente osservato la “sistematica campagna di incendi e saccheggi dei villaggi georgiani”, gli abusi contro i civili e le esecuzioni sommarie perpetrate dalle milizie ossete.

Ambizioni divergenti: Annessione e indipendenza

Uno degli aspetti più importanti, e spesso ignorati nel dibattito internazionale, è che Ossezia del Sud e Abcaia hanno aspirazioni nazionali completamente diverse.

Il sogno di un’Ossezia unita

I dati parlano chiaro. Secondo un sondaggio del 2010 condotto dai ricercatori indipendenti Gerard Toal e John O’Loughlin, oltre l’80% degli osseti del sud esprimeva il desiderio di unirsi alla Federazione Russa, e l’82% voleva che le truppe russe rimanessero permanentemente. Già nel referendum del 1991, oltre il 90% aveva votato per diventare parte della Russia.

Questa aspirazione non è difficile da comprendere: per gli osseti del sud, l’unione con la Russia rappresenta una riunificazione nazionale con l’Ossezia del Nord, loro terra d’origine con cui condividono lingua, cultura e storia. La divisione della nazione osseta tra Russia e Georgia è percepita come un’ingiustizia storica da correggere.

Nel 2022 era stato annunciato un referendum per l’annessione alla Russia, previsto per il 17 luglio, ma fu cancellato dal nuovo presidente Alan Gagloev. Tuttavia, nel 2024 sono ripresi i dialoghi con Mosca su questo tema, segno che l’aspirazione all’unione rimane viva nella popolazione.

Abcasia: tra indipendenza e dipendenza dalla Russia

La situazione dell’Abcasia è radicalmente diversa e molto più complessa. I sondaggi condotti da Medium Orient, un’agenzia di informazione indipendente, mostrano un quadro chiaro: nel 2016, su 1.000 rispondenti, il 45% supportava l’indipendenza, mentre solo il 27% preferiva l’autonomia dentro la Russia e il 16% voleva un’Abcasia indipendente ma parte della CSI. Ancora più significativo è il dato etnico: l’80% degli abcasi etnici supportava l’indipendenza, mentre solo il 20% voleva l’unione con la Russia (le comunità armene e russe presenti in Abcasia erano invece più divise).

Sondaggi precedenti (2011, 2013, 2016) confermano che il supporto all’annessione alla Russia raggiungeva solo il 25-30% della popolazione. Gli abcasi vogliono essere un paese indipendente, non una provincia russa. (citare fonti quadernino blu)

Tuttavia, questa aspirazione all’indipendenza si scontra con una dura realtà economica. L’Abcasia è completamente dipendente dalla Russia, che finanzia oltre la metà del suo bilancio statale con sovvenzioni e aiuti diretti. Conosciuta durante l’epoca sovietica come la “riviera sovietica” per il suo clima mite e le sue spiagge, l’Abcasia è oggi intrappolata in una crisi economica cronica, aggravata dal mancato riconoscimento internazionale, dalle sanzioni e da un’infrastruttura energetica obsoleta che causa frequenti blackout.

Il dilemma degli investimenti russi: sopravvivenza o colonizzazione economica?

La questione degli investimenti russi in Abcasia rappresenta forse il nodo più problematico per il futuro di questo territorio. È proprio su questo tema che è esplosa la più grave crisi politica recente.

Il 30 ottobre 2024, il governo abcaso e quello russo firmarono un controverso accordo di investimento che offriva ampi benefici fiscali alle aziende russe per investire nel settore immobiliare e in altri comparti economici. L’accordo scatenò immediate proteste popolari. Il 15 novembre, manifestanti assaltarono il parlamento e altri edifici governativi a Sukhumi, la capitale, costringendo il presidente a dimettersi. Furono indette elezioni presidenziali anticipate per marzo 2025.

Le proteste non erano contro la Russia in sé, ma contro il rischio concreto di una colonizzazione economica che avrebbe potuto trasformare gli abcasi in minoranza nel loro stesso paese. L’arrivo massiccio di investitori russi e l’acquisto su larga scala di proprietà immobiliari avrebbe potuto alterare definitivamente la composizione demografica ed economica dell’Abcasia, minando proprio quella sovranità e identità nazionale per cui gli abcasi hanno combattuto per decenni.

È un dilemma tragico: l’Abcasia ha disperato bisogno di investimenti per uscire dalla crisi economica, ma questi stessi investimenti, provenienti quasi esclusivamente dalla Russia data l’assenza di riconoscimento internazionale, rischiano di compromettere l’indipendenza che la popolazione desidera. Come notato dall’Osservatorio Russia, “l’Abcasia, pur dipendendo fortemente dalla Russia, conserva un certo margine di autonomia grazie a dinamiche politiche interne influenzate da clan locali e veterani della guerra”, ma questa autonomia è fragile e costantemente minacciata.

Le elezioni di marzo 2025 hanno visto la vittoria di Badra Gunba con il 56% dei voti, ma il processo elettorale è stato caratterizzato da forti interferenze russe. La Russia ha revocato i passaporti russi a due leader dell’opposizione, intrappolandoli di fatto in Abcasia, e ha persino tagliato l’elettricità a dicembre come forma di pressione. Durante il ballottaggio si sono verificati attacchi violenti a seggi elettorali.

Gli attori geopolitici: tutti perseguono i propri interessi

Per comprendere la situazione attuale, è necessario analizzare gli interessi dei vari attori coinvolti senza cadere nella tentazione di dividere il mondo in “buoni” e “cattivi”. Ogni potenza persegue i propri obiettivi geopolitici, e la domanda cruciale è: quali di questi interessi coincidono maggiormente con le reali aspirazioni di osseti e abcasi?

Mosca: protettrice o occupante?

La Russia ha chiaramente i suoi interessi strategici nel Caucaso meridionale. Il controllo di Abcasia e Ossezia del Sud le permette di mantenere basi militari in posizioni strategiche, di esercitare pressione sulla Georgia per impedirne l’ingresso nella NATO, e di mantenere la propria sfera d’influenza nello spazio post-sovietico.

Le forze militari russe sono presenti in entrambi i territori dal 2008, e Mosca finanzia gran parte delle loro economie. Nel caso dell’Ossezia del Sud, il controllo russo è più diretto grazie alla minore complessità politica e a una popolazione ridotta. In Abcasia, invece, la Russia esercita una forte influenza ma si astiene da un controllo totale per non destabilizzare gli equilibri interni di potere.

Sarebbe però semplicistico ridurre il ruolo russo a quello di mero occupante. Per gli osseti del sud, la Russia ha effettivamente impedito quello che molti di loro percepivano come un rischio di pulizia etnica durante i conflitti degli anni ’90 e ha garantito la loro sicurezza. Per gli abcasi, il supporto russo è stato determinante per vincere la guerra contro la Georgia nel 1992-1993.

I sentimenti anti-georgiani di questi popoli non sono il prodotto della propaganda russa, ma il risultato di esperienze storiche concrete: violenze, discriminazioni, e la percezione di essere stati trattati come cittadini di seconda classe nello stato georgiano. Come osservato in un rapporto dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, durante la guerra del 1991-1992 “c’era caos in tutto il paese e gli osseti in quel momento non si sentivano al sicuro. Era lo stesso anche per i georgiani”.

La Georgia: integrità territoriale o realpolitik?

La posizione della Georgia è chiara sul piano del diritto internazionale: Abcasia e Ossezia del Sud sono territori georgiani occupati dalla Russia. Questa posizione è supportata dalla maggior parte della comunità internazionale, che non riconosce l’indipendenza dei due territori.

Tuttavia, la recente svolta “conciliante” del governo di Sogno Georgiano solleva interrogativi. Le dichiarazioni di Bidzina Ivanishvili del settembre 2024, in cui suggeriva di “chiedere scusa” agli osseti per la guerra del 2008 e di processare i responsabili, hanno suscitato forti reazioni negative in parte della società georgiana, abituata a una narrativa completamente diversa.

Questa strategia potrebbe avere molteplici obiettivi: delegittimare le ambizioni russe mostrando che la Russia non è l’unica protettrice possibile per questi popoli; proporre un’alternativa di Georgia multiculturale e inclusiva; consolidare il consenso interno attorno a una politica di “riconciliazione nazionale”; o semplicemente ammorbidire le tensioni in un momento di grande instabilità politica interna.

Il problema è la credibilità. Come notato da Meridiano 13, “una reintegrazione pacifica di Abcasia e Ossezia del Sud nella Georgia sarebbe un risultato probabilmente auspicabile, soprattutto dal punto di vista economico, per gli abitanti delle due repubbliche separatiste. Tuttavia, tale sviluppo è difficilmente immaginabile nel breve periodo, in considerazione dei decenni di divisioni, guerre e crimini che non hanno ancora visto giustizia”.

L’Occidente: principi o interessi?

La posizione occidentale su questi territori è complessa e riflette la difficoltà di bilanciare principi di diritto internazionale con interessi geopolitici. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sostengono fermamente l’integrità territoriale della Georgia e non riconoscono l’indipendenza di Abcasia e Ossezia del Sud.

Tuttavia, questa posizione si scontra con una contraddizione evidente quando viene confrontata con il caso del Kosovo. Nel 2008, molti paesi occidentali hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, sostenendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Ma lo stesso principio viene negato ad osseti e abcasi.

Il parallelismo con Kosovo-Serbia: autodeterminazione selettiva?

Il confronto tra il caso Kosovo-Serbia e quello di Abcasia/Ossezia del Sud-Georgia è illuminante e solleva domande scomode sul funzionamento del diritto internazionale contemporaneo.

Le similitudini sono evidenti: in entrambi i casi si tratta di minoranze etniche con identità distinte che hanno vissuto conflitti violenti con lo stato di appartenenza; in entrambi i casi ci sono stati massacri e violazioni dei diritti umani; in entrambi i casi le popolazioni hanno espresso chiaramente, attraverso referendum (seppur non sempre riconosciuti), il desiderio di separarsi; in entrambi i casi la separazione si è consolidata de facto per decenni.

Le differenze sono altrettanto significative: il Kosovo ha avuto l’intervento militare della NATO nel 1999, mentre Abcasia e Ossezia del Sud hanno avuto il supporto russo; il Kosovo è riconosciuto da circa 108 paesi su 193 membri dell’ONU, mentre Abcasia e Ossezia del Sud sono riconosciute solo da Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria; il Kosovo aveva una maggioranza schiacciante di albanesi (circa 90%), mentre in Abcasia la composizione etnica è più mista dopo le guerre.

Ma la differenza fondamentale non sta nelle caratteristiche dei casi, quanto negli attori geopolitici coinvolti. Il Kosovo è stato sostenuto dall’Occidente contro la Serbia, alleata della Russia. Abcasia e Ossezia del Sud sono sostenute dalla Russia contro la Georgia, che aspira all’integrazione euro-atlantica. In altre parole, l’autodeterminazione viene riconosciuta o negata a seconda di chi la sostiene, non in base a principi universali.

Secondo la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del 22 luglio 2010, la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non ha violato il diritto internazionale. Ma lo stesso principio non viene applicato ad Abcasia e Ossezia del Sud. Come notato dalla Treccani, “la maggior parte degli studiosi di diritto internazionale sostenne che non si trattasse di un caso di esercizio del diritto di autodeterminazione esterna”, evidenziando la complessità giuridica della questione.

Questa incoerenza ha conseguenze concrete: alimenta la propaganda russa che può legittimamente accusare l’Occidente di ipocrisia; aliena ulteriormente le popolazioni di Abcasia e Ossezia del Sud dall’Occidente, che percepiscono come ostile ai loro diritti; e consolida il ruolo della Russia come unica protettrice credibile di questi territori.

Le condizioni per una vera riconciliazione

Se la proposta georgiana di riconciliazione dovesse essere presa sul serio, quali sarebbero le condizioni minime necessarie perché possa avere anche solo una remota possibilità di successo?

Innanzitutto, servirebbero politiche di inclusione reale, non solo dichiarazioni. Questo significherebbe: riconoscimento costituzionale delle autonomie con garanzie solide e non revocabili unilateralmente da Tbilisi; diritti linguistici e culturali pienamente garantiti; rappresentanza politica significativa a livello nazionale; investimenti economici sostanziali in questi territori per colmare il divario con il resto della Georgia.

In secondo luogo, sarebbe necessario fare i conti con il passato. Questo implicherebbe: commissioni per la verità e la riconciliazione che indaghino sui crimini commessi da tutte le parti; processi equi per i responsabili di violazioni dei diritti umani, sia georgiani che osseti/abcasi; compensazioni per le vittime e per gli sfollati; programmi educativi che includano le narrative di tutte le comunità, senza imporre una visione monolitica della storia.

Tuttavia, anche nell’ipotesi ottimistica che tutte queste condizioni fossero soddisfatte, rimane la domanda fondamentale: dopo oltre trent’anni di separazione, generazioni che sono cresciute senza mai aver vissuto insieme, identità nazionali che si sono consolidate in opposizione l’una all’altra, è realistico pensare a una reintegrazione?

La risposta onesta è probabilmente no, almeno nel breve-medio termine. Come osservato da vari analisti, i giovani osseti e abcasi che oggi hanno vent’anni non hanno mai vissuto in Georgia, usano il rublo russo, studiano in scuole con curricula russi, e la loro identità si è formata in netta contrapposizione a quella georgiana.

Il ruolo ambiguo dell’Unione Europea

L’Unione Europea ha cercato di giocare un ruolo di mediazione attraverso la Missione di monitoraggio (EUMM) e le Discussioni Internazionali di Ginevra, avviate dopo la guerra del 2008. Questi meccanismi hanno avuto successo limitato nel gestire incidenti minori lungo le linee di demarcazione, ma non hanno portato ad alcun progresso sostanziale verso una soluzione politica.

Il problema di fondo è che l’UE cade nel paradosso dell’autodeterminazione selettiva. Da un lato, l’Unione sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli come valore fondamentale; dall’altro, lo nega sistematicamente quando va contro i suoi interessi geopolitici. Nel caso di Abcasia e Ossezia del Sud, il supporto all’integrità territoriale della Georgia è subordinato alla volontà di contrastare l’influenza russa nel Caucaso, non alla valutazione obiettiva delle aspirazioni di quelle popolazioni.

Questa incoerenza è particolarmente evidente se si considera che cinque stati membri dell’UE (Spagna, Slovacchia, Cipro, Romania e Grecia) non riconoscono nemmeno il Kosovo, temendo che possa creare precedenti pericolosi per i loro propri problemi interni con movimenti separatisti. Questa frammentazione interna dell’UE mina ulteriormente la credibilità della sua posizione.

Come osservato in un rapporto parlamentare italiano, “alcuni Stati hanno legami con la Serbia e con altri Paesi che non riconoscono il Kosovo, come la Russia o la Cina, e potrebbero voler mantenere buone relazioni con loro”. Lo stesso principio si applica al caso caucasico: molti stati temono che riconoscere Abcasia e Ossezia del Sud possa incoraggiare movimenti separatisti nei loro territori.

Quali sono gli scenari possibili?

Guardando al futuro, quali sono gli scenari più probabili?

Per l’Ossezia del Sud, la traiettoria sembra relativamente chiara: l’annessione alla Russia, formalmente o de facto, è l’opzione più probabile. Questo soddisferebbe le aspirazioni della popolazione locale, consoliderebbe il controllo russo, e chiuderebbe definitivamente la questione dal punto di vista georgiano (anche se non dal punto di vista del diritto internazionale). I dialoghi ripresi nel 2024 indicano che questo processo sta andando avanti, anche se con cautela per non provocare reazioni internazionali troppo forti.

Per l’Abcasia, invece, la situazione è molto più instabile e incerta. Il territorio si trova intrappolato tra l’aspirazione all’indipendenza e la dipendenza economica dalla Russia. Il rischio di una colonizzazione economica russa attraverso investimenti immobiliari e demografici è reale e potrebbe trasformare l’Abcasia in una sorta di protettorato russo di fatto, minando proprio l’indipendenza che la popolazione desidera. Le recenti proteste dimostrano che gli abcasi sono consapevoli di questo rischio e sono disposti a lottare per preservare la loro identità, ma le opzioni concrete a loro disposizione sono limitate.

La proposta georgiana di riconciliazione, nel suo stato attuale, ha scarse possibilità di successo. Finché non saranno implementate politiche di inclusione reale e non si faranno i conti con il passato attraverso meccanismi di giustizia transizionale credibili, osseti e abcasi vedranno questa proposta come una manovra tattica piuttosto che come un’offerta genuina. E anche nell’ipotesi migliore, il peso della storia e le identità nazionali ormai consolidate rendono una reintegrazione estremamente difficile.

Il paradosso dell’autodeterminazione negata

Tornando alla domanda iniziale, può funzionare la proposta georgiana di riconciliazione? la risposta è complessa. In teoria, una Georgia realmente multiculturale, che garantisse autonomie significative e facesse i conti con i crimini del passato, potrebbe offrire un’alternativa interessante alla dipendenza dalla Russia. In pratica, però, tre decenni di separazione, identità nazionali consolidate, memorie traumatiche non elaborate e la presenza militare russa rendono questa opzione altamente improbabile nel breve-medio termine.

Il caso di Abcasia e Ossezia del Sud solleva una questione più profonda sul funzionamento dell’ordine internazionale contemporaneo. L’Occidente, e in particolare l’Unione Europea, cadono in un paradosso evidente: proclamano il principio dell’autodeterminazione dei popoli come valore universale, ma lo applicano selettivamente a seconda della convenienza geopolitica. Si dice sì all’autodeterminazione del Kosovo, ma no a quella di Abcasia e Ossezia del Sud. Si condanna l’occupazione russa, ma si era giustificato l’intervento NATO in Serbia.

Questo doppio standard non è solo un problema morale o giuridico: ha conseguenze politiche concrete. Alimenta la narrativa russa che si presenta come difensore dei popoli oppressi contro l’ipocrisia occidentale. Consolida il ruolo della Russia come unica protettrice credibile di questi territori, proprio perché l’Occidente si è dimostrato inaffidabile nel riconoscere i loro diritti. E soprattutto, nega a questi popoli la possibilità di esercitare quello che molti di loro percepiscono come un diritto fondamentale: decidere il proprio destino.

Come osservato in uno studio sul diritto all’autodeterminazione, “la tensione tra diritto eventuale all’autodeterminazione esterna e principio di inviolabilità delle frontiere viene dunque risolto in favore di quest’ultimo”, ma questa soluzione giuridica non risolve il problema politico e umano di popolazioni che si sentono oppresse o minacciate.

Fino a quando l’Europa continuerà a cadere in questo paradosso, la sua capacità di mediazione rimarrà limitata. Fino a quando non articolerà principi chiari e coerenti sull’autodeterminazione, applicabili universalmente e non selettivamente, la Russia manterrà il suo ruolo di “grande sorella” di questi territori , non perché sia moralmente superiore o non vincolata da interessi, ma semplicemente perché è l’unica potenza che (almeno apparentemente) riconosce e sostiene le loro aspirazioni, o meglio le cui aspirazioni possono coincidere con gli interessi

Alla fine, le vere vittime di questa situazione sono i popoli stessi: osseti e abcasi, intrappolati tra l’aspirazione all’autodeterminazione e la dipendenza economica e militare dalla Russia; georgiani, che hanno perso de facto parte del loro territorio e non possono entrare nella NATO proprio a causa di questi conflitti irrisolti; e tutti coloro che credono che i principi universali dovrebbero essere applicati universalmente, non solo quando è conveniente.

La domanda che dovremmo porci non è se la Georgia ha ragione o torto, se la Russia è un occupante o un protettore, se l’Occidente è ipocrita o pragmatico. La domanda fondamentale è: ogni popolo ha davvero il diritto di scegliere cosa è giusto fare per se stesso? E se sì, siamo disposti ad accettare questo principio anche quando non ci piace chi lo sostiene o quando va contro i nostri interessi geopolitici?

Finché non avremo il coraggio di rispondere onestamente a questa domanda, conflitti come quelli di Abcasia e Ossezia del Sud, o del Kosovo, o del Nagorno-Karabakh, o della Catalogna,, continueranno a rimanere irrisolti, intrappolati tra principi proclamati e interessi reali, tra ideali universali e applicazioni selettive.

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