Il 17 novembre 2025, un carro armato israeliano Merkava ha aperto il fuoco contro una postazione UNIFIL nel sud del Libano, distruggendo telecamere e danneggiando la torre di osservazione. Non è un episodio isolato: dall’inizio del cessate il fuoco del novembre 2024, Israele ha violato sistematicamente la tregua con oltre 7.000 violazioni dello spazio aereo e raid continui che hanno ucciso più di 103 civili libanesi. Eppure il dibattito pubblico italiano rimane intrappolato nelle stesse narrazioni che hanno dimostrato la loro inadeguatezza negli ultimi cinquant’anni.

L’elezione del generale Joseph Aoun a presidente e di Nawaf Salam come primo ministro sono state celebrate come “svolta storica”, ma dieci mesi dopo è evidente che l’Italia non ha ancora capito cosa sta davvero accadendo in Libano. E forse, più preoccupante, non vuole capirlo.
UNIFIL: i limiti di una missione impossibile
Dal 1979, l’Italia partecipa a UNIFIL con oltre 1.200 militari. La missione ha svolto un ruolo che sarebbe ipocrita negare: ha fornito una presenza internazionale che per decenni ha contribuito a limitare – anche se non impedire – escalation più gravi tra Israele e Hezbollah. Ma è altrettanto innegabile che UNIFIL è stata deliberatamente mantenuta debole, non per incompetenza ma per calcolo politico.
Il punto critico che l’Italia non vuole ammettere è che UNIFIL non può essere rafforzata oltre certi limiti senza perdere il consenso dello stato libanese. Se diventasse davvero una forza capace di disarmare Hezbollah, lo stato libanese imploderebbe. E Israele continuerebbe comunque a bypassarla, come ha fatto durante l’invasione del 2024 e come continua a fare con le violazioni del cessate il fuoco.
Quando il ministro Crosetto ha ammesso nell’agosto 2024 che UNIFIL non stava raggiungendo i suoi obiettivi, stava riconoscendo una verità nota da decenni. Ma questa ammissione è rimasta senza conseguenze. È teatro diplomatico che serve più a legittimare la presenza internazionale che a cambiare qualcosa sul terreno.
Comprendere Hezbollah

Definire Hezbollah è una questione molto complicata, fra chi distingue l’ala politico-istituzionale e quella militare (l’Unione Europea), chi invece condanna l’intero sistema Hezbollah o chi la ritiene una legittima forza di resistenza contro Israele e a supporto della comunità Sciita del paese, un terzo della popolazione del paese levantino.
La narrazione italiana presenta spesso Hezbollah come organizzazione terroristica, indicando implicitamente, e non, come questa sia alla base del caos libanese. Questa lettura manca il punto: Hezbollah è una conseguenza, non una causa primaria della crisi libanese.
Nato nel 1982 durante l’invasione israeliana come movimento di resistenza sciita, Hezbollah ha riempito i vuoti lasciati dallo stato in materia di difesa, sanità, istruzione nelle aree sciite. Questi vuoti sono il prodotto del sistema confessionale libanese, dove le risorse vengono distribuite su base clientelare. I gruppi confessionali si sono armati negli anni ’70 perché lo stato era incapace di garantire sicurezza e servizi.
L’Occidente ha contribuito a questa situazione sostenendo governi corrotti e soprattutto permettendo a Israele di mantenere una postura aggressiva che ha costantemente legittimato Hezbollah come “resistenza”. Ogni invasione israeliana, ogni bombardamento ha rafforzato l’organizzazione, dimostrando ai libanesi, almeno chi vive nel sud del paese, che solo una forza armata autonoma può proteggerli.
La guerra del 2024 ha mostrato questo paradosso: Israele ha decapitato i vertici di Hezbollah e devastato il sud con oltre 4.000 morti. Eppure, quasi un anno dopo, continua a bombardare e occupare territori. E Hezbollah, indebolito ma non distrutto, supportato dall’Iran, rimane l’unica forza che molti vedono come capace di resistere.
La corruzione: la maledizione libanese
Se dovessi identificare il fattore che spiega il collasso libanese, non sarebbe il sistema confessionale, non Hezbollah, non l’Iran. Sarebbe la corruzione sistemica, dilagante a ogni livello.
Il sistema confessionale è un amplificatore di questa corruzione, ma non la causa. Il problema è che la classe politica ha usato il confessionalismo per saccheggiare il paese. Il collasso economico del 2019, che ha ridotto l’80% della popolazione in povertà, è stato il risultato di decenni di malagestione deliberata. L’esplosione del porto di Beirut del 2020, con 218 morti, non è stata un incidente ma il simbolo dell’incuria criminale.
L’Italia investe milioni nella formazione dell’esercito libanese e nel “rafforzamento delle istituzioni”, ma tutto questo denaro finisce in un sistema dove la corruzione è la regola. Finché non si affronta questo nodo, ogni investimento alimenta il sistema che dovrebbe essere riformato.
La debolezza delle forze armate libanesi
Uno dei pilastri della retorica italiana è l’idea che l’esercito libanese possa sostituire Hezbollah. Ma questa narrazione è disonesta. L’esercito è debole per scelta politica: Hezbollah ha sempre impedito che diventasse abbastanza forte da minacciarlo. Durante la guerra del 2024, l’esercito è rimasto ai margini mentre Israele devastava il sud.
Perché allora l’Occidente continua a investire? Perché senza questo sostegno il paese cadrebbe completamente sotto Hezbollah, dando a Israele il pretesto per invadere stabilmente. L’investimento nelle LAF, Lebanese Armed Forces, non è un piano realistico ma un modo per evitare scenari peggiori.
Aoun ha promesso che “lo Stato avrà il monopolio sulle armi”, ma dopo undici mesi nulla è cambiato. La verità è che disarmare Hezbollah è possibile solo creando condizioni che rendano la sua esistenza non necessaria: uno stato forte e non corrotto, e soprattutto garanzie che Israele non possa più attaccare impunemente. Senza queste condizioni, disarmare Hezbollah significherebbe lasciare il Libano indifeso.
Il doppio standard su Israele
Qui arriviamo al punto che l’Italia non vuole vedere: il ruolo di Israele nel perpetuare la crisi. L’ex ambasciatore israeliano Michael Herzog ha rivelato nel novembre 2025 che le violazioni del cessate il fuoco hanno ricevuto il via libera di Biden e continuano sotto Trump. Esistevano “accordi collaterali” che garantivano a Israele “libertà di azione”. Quindi la licenza di bombardare quando volesse.
Israele ha violato sistematicamente la tregua: oltre 7.000 violazioni dello spazio aereo, raid quotidiani, occupazione territoriale protratta. Il 27 gennaio 2025, scaduti i 60 giorni previsti per il ritiro, Netanyahu ha dichiarato che le truppe sarebbero rimaste. Aoun e Salam hanno condannato ripetutamente queste violazioni, ma le pressioni internazionali non arrivano.
L’Italia, con soldati UNIFIL presi di mira, si limita a “richieste di spiegazioni”. Continua a vendere armi a Israele, a supportarne politicamente il governo, a trattarlo come “partner democratico” anche quando viola il diritto internazionale. E nel frattempo si lamenta che Hezbollah non si disarma.
Il punto è semplice: Hezbollah esiste come braccio armato perché la corruzione dello stato lo rende necessario per la comunità sciita, ma è legittimato continuamente anche dalla minaccia israeliana. Finché Israele può bombardare impunemente, Hezbollah avrà sempre la giustificazione perfetta per mantenere le armi.
Se l’Occidente volesse davvero vedere Hezbollah disarmato, dovrebbe imporre a Israele il rispetto rigoroso della sovranità libanese, sanzionare ogni violazione, garantire che nessuna aggressione si ripeta. Ma questo non accade, perché richiederebbe un coraggio politico che nessun governo occidentale possiede.
Aoun e Salam: opportunità o illusione?
L’elezione di Aoun e Salam rappresenta una discontinuità: non sono feudatari confessionali, hanno credenziali internazionali, vogliono riformare. Salam ha promesso di riaprire l’inchiesta sul porto di Beirut e di combattere la corruzione. Il suo governo è il primo non controllato da Hezbollah da anni.
Ma il vero pericolo è che restino intrappolati tra un sistema paralizzato e una società allo stremo. Aoun promette il disarmo ma non ha né strumenti militari né consenso politico. Salam promette riforme ma il parlamento è controllato dalle forze che hanno saccheggiato il paese. Hezbollah, indebolito ma non distrutto, aspetta il momento per riprendere spazio.
Se fallissero, e le probabilità sono purtroppo alte, sarebbe sprecata l’ennesima opportunità. Ma il fallimento non sarebbe solo colpa loro: sarebbe anche di chi chiude gli occhi sulle violazioni israeliane, di chi sostiene élite corrotte, di chi finge che basti “rafforzare le istituzioni”.
Le lezioni non imparate
L’unica via per cui l’Italia, l’Europa e la comunità internazionale potrebbero capire il Libano sarebbe un esercizio di onestà brutale: ammettere che UNIFIL è inefficace, che Hezbollah non si trasformerà finché Israele minaccia il Libano, che la corruzione è il problema centrale e prioritario, e opporsi concretamente alle politiche espansionistiche israeliane.
Questo significa sanzionare le violazioni, fermare la vendita di armi, condizionare la cooperazione al rispetto del diritto internazionale. Significa dire chiaramente che Israele non può bombardare impunemente, occupare territori, ignorare risoluzioni ONU.
Capire davvero significherebbe mettere in discussione l’alleanza atlantica che impedisce di criticare Israele, i contratti di armi, la retorica del peacekeeping che permette ai politici di rivendicare un ruolo internazionale senza rischi reali.
E nel frattempo, i soldati italiani continueranno a pattugliare, le missioni verranno rinnovate, i ministri celebreranno “il ruolo cruciale dell’Italia”. I civili libanesi continueranno a morire, Hezbollah continuerà a essere l’unica difesa credibile, lo stato continuerà a collassare. Tutto continuerà come prima, fino alla prossima crisi che ci coglierà di nuovo impreparati, convinti che il problema sia tecnico e non la nostra persistente, volontaria cecità.
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