Il modello viennese e Alt Erlaa: quando l’abitare è una scelta politica

Vienna è spesso citata come la città con la migliore qualità della vita al mondo. Lo dicono le classifiche internazionali, lo dicono i dati sulla mobilità, sulla sanità, sull’istruzione. Ma c’è un dato che raramente entra nel dibattito pubblico: circa il 60 per cento dei viennesi vive in case ad affitto calmierato, gestite dal Comune o da cooperative sovvenzionate dallo Stato

Entrata di una delle torri del complesso di Alt Erlaa (2010, Thomas Ledl)

Non si tratta di edilizia popolare nel senso che il termine ha assunto nella maggior parte d’Europa, l’ultima soluzione per chi non ha alternative. Si tratta di una scelta politica centenaria, consapevolmente mantenuta, che ha plasmato la forma fisica e sociale della capitale austriaca.

La Vienna Rossa e il Gemeindebau

Nel 1919 il Partito Socialdemocratico austriaco vince le elezioni comunali con una larga maggioranza, dando inizio a quello che sarebbe passato alla storia come il periodo della “Rotes Wien”, la Vienna Rossa. Tra il 1923 e il 1934, l’amministrazione socialdemocratica realizza uno dei più grandi programmi di edilizia pubblica in Europa: il Gemeindebau, letteralmente “costruzione comunale”. In poco più di dieci anni, il Comune costruisce oltre sessantamila appartamenti, distribuiti in circa trecento grandi complessi residenziali, i “Höfe”, sparsi in tutta la città. Non semplici dormitori periferici, ma complessi con asili, biblioteche, ambulatori, lavanderie comuni, palestre e spazi verdi: vere e proprie piccole città.

Il più famoso, il Karl-Marx-Hof progettato da Karl Ehn e inaugurato nel 1930, si estende per oltre un chilometro lungo la Heiligenstädter Straße e ospita circa cinquemila persone. È ancora oggi un complesso residenziale pubblico pienamente funzionante. Per finanziare questi interventi, l’amministrazione introduce una tassa progressiva sulle abitazioni di lusso e sulle rendite immobiliari, usando il ricavato per costruire direttamente alloggi popolari. David Harvey avrebbe poi teorizzato questo meccanismo come “diritto alla città”, ma Vienna lo aveva già messo in pratica decenni prima che diventasse un concetto accademico.

Karl-Marx-Hof al centro (2020, Kasa Fue)

Il periodo della Vienna Rossa si concluse brutalmente nel febbraio del 1934, quando il governo fascista di Engelbert Dollfuss sciolse il Comune socialdemocratico e bombardò letteralmente alcuni dei Höfe, tra cui il Karl-Marx-Hof, dove i lavoratori erano parte della resistenza armata. Ma il patrimonio edilizio sopravvisse, e con esso sopravvisse l’idea che l’abitazione fosse un servizio pubblico e non una merce.

La continuità come scelta

La ricostruzione nel dopoguerra consentì alla socialdemocrazia di riprendere il controllo dell’amministrazione e di riprendere il programma. Ma la vera discontinuità rispetto al resto d’Europa non sta nella ricostruzione in sé, sta nel fatto che Vienna non si fermò. Mentre paesi come il Regno Unito, la Francia e l’Italia costruivano edilizia pubblica come risposta temporanea all’emergenza, salvo poi smantellarne il tutto attraverso privatizzazioni, Vienna manteneva e continuava ad espandere il proprio patrimonio immobiliare. Oggi la Wiener Wohnen, l’ente comunale che gestisce il patrimonio abitativo pubblico, amministra circa duecentoventimila appartamenti. Le cooperative sovvenzionate ne gestiscono altre centinaia di migliaia. Il canone medio nei “palazzi del comune” è di circa sei euro al metro quadro mensile, in una città dove il canone di mercato supera i venti.

La domanda ovvia è: perché ha resistito, làddove quasi tutto il resto è stato smantellato? La risposta non è complicata. Vienna è governata ininterrottamente dalla socialdemocrazia dal 1945. Questa continuità ha costruito una gestione dell’edilizia pubblica che è impossibile sviluppare dove c’è forte alternanza politica frequente.

C’è poi un secondo elemento, meno ovvio: il rifiuto della stigmatizzazione. In molti paesi europei, l’edilizia pubblica è diventata sinonimo di povertà e degrado, in un circolo vizioso in cui la concentrazione di poveri produce problemi sociali che a loro volta alimentano la percezione negativa, andando a giustificare eventuali tagli ai budget indirizzati a questo tipo di progetti. Vienna ha evitato questo circolo attraverso una politica di mixité sociale deliberata: i criteri di assegnazione degli alloggi comunali non sono basati esclusivamente sul reddito, ma tengono conto di una varietà di fattori che garantiscono una composizione eterogenea degli edifici e dei quartieri. Un insegnante, un operaio, un impiegato pubblico possono abitare nello stesso stabile, e lo fanno.

Il terzo elemento è la qualità architettonica. Vienna non ha mai smesso di investire nella qualità progettuale dei nuovi complessi, commissionandoli ad architetti di rilievo. Un edificio ben progettato, con spazi comuni curati, produce un senso di appartenenza che un edificio trascurato non può generare.

Il confronto europeo che fa male

Barcellona ha introdotto negli ultimi anni politiche innovative per regolare il mercato degli affitti e per acquistare alloggi sfitti, ma parte da un patrimonio pubblico molto più piccolo. Amsterdam ha un sistema di edilizia sociale storicamente forte, gestito da cooperative indipendenti, che però ha subito pressioni crescenti con la liberalizzazione parziale del settore negli anni Duemila. Berlino ha provato di recente a rimunicipalizzare parte del patrimonio abitativo privatizzato negli anni Novanta, con risultati parziali e costi molto alti.

La differenza con Vienna non sta negli strumenti: quelli sono noti ovunque. Sta nei tempi e nella continuità. I paesi che hanno privatizzato il patrimonio pubblico negli anni Ottanta e Novanta oggi si trovano a dover ricostruire da zero ciò che avevano smantellato, in un mercato immobiliare molto più difficile e con meno risorse pubbliche. Vienna, invece, non ha mai interrotto quel percorso. E questa è una differenza che nessuna politica di breve periodo può recuperare.

Alt Erlaa: densità come scommessa

È in questo contesto che va letto Alt Erlaa, il complesso residenziale pubblico che meglio di ogni altro rappresenta la fase piu’ matura del Gemeindebau. Progettato dall’architetto Harry Glück e costruito in fasi successive tra il 1973 e il 1985, nel ventitreesimo distretto di Vienna, Liesing, allora zona periferica con scarsa densità urbana. Il programma era ambizioso: circa tremila appartamenti, per un totale di circa ottomila abitanti, distribuiti in tre torri principali affiancate da edifici più bassi, organizzati attorno a una serie di spazi collettivi interni ed esterni.

L’edificio B del complesso di Alt Erlaa (2016, Thomas Ledl)

La scelta tipologica di Glück fu deliberatamente controcorrente. Mentre il funzionalismo tendeva a separare le funzioni urbane, residenza da un lato, servizi dall’altro, spazi verdi in zone dedicate, Glück progettò Alt Erlaa come un sistema integrato e autosufficiente. Ogni torre dispone di piscine esterne sui tetti, accessibili a tutti i residenti. I piani bassi ospitano negozi, servizi medici, scuole, palestre, spazi culturali. I percorsi pedonali interni sono separati dal traffico veicolare, confinato in strutture di parcheggio dedicate. La densità, normalmente percepita come un problema da mitigare, viene qui usata come risorsa: concentrando un numero elevato di abitanti in un’area contenuta, il progetto rende economicamente sostenibile una dotazione di servizi che sarebbe impossibile garantire in un insediamento disperso. È un principio che Jane Jacobs aveva teorizzato per la città tradizionale, applicato a un intervento di nuova costruzione su scala vasta.

Spazi collettivi come infrastruttura

Le piscine sui tetti sono forse l’immagine più iconica del complesso, quella che compare in tutte le pubblicazioni di architettura. Ma ridurre Alt Erlaa alle sue piscine sarebbe come ridurre una città alla sua piazza principale. Il sistema degli spazi collettivi comprende cortili interni paesaggistici con aree gioco, orti condivisi, campi sportivi, sale polivalenti, una biblioteca, ambulatori medici, asili nido e scuole elementari. Questi spazi non sono stati aggiunti come dotazioni minime imposte dalla normativa: sono parte integrante del progetto architettonico, dimensionati e posizionati per massimizzare l’uso spontaneo e favorire l’incontro tra i residenti.

Il parco in cui sono immerse le torri (2011, Thomas Ledl)

La gestione è affidata in parte alla Wiener Wohnen e in parte a forme di autogestione organizzata dagli abitanti stessi. Nel corso degli anni sono nate associazioni di quartiere, gruppi sportivi, iniziative culturali che usano gli spazi comuni come base. Questo non è avvenuto da solo: ha richiesto un investimento continuo nella manutenzione e una politica di assegnazione che ha garantito nel tempo una composizione sociale sufficientemente eterogenea da evitare la cristallizzazione di dinamiche di esclusione interne al complesso.

Il problema della torre, e perché qui funziona

Le torri raggiungono i ventisette piani: un’altezza che in molti contesti europei è associata a forme di abitare percepite come alienanti. La critica alla torre residenziale come tipologia, sviluppata tra gli altri da Alison e Peter Smithson, si basa sull’osservazione che la verticalità tende a isolare i residenti, a ridurre il controllo informale degli spazi comuni, a produrre anonimato. Ad Alt Erlaa questi effetti sono stati parzialmente mitigati attraverso scelte progettuali specifiche: varietà tipologica degli appartamenti, dai monolocali ai grandi tagli familiari, corridoi di distribuzione progettati come spazi abitabili, balconi generosi presenti in quasi tutti gli appartamenti come zona di transizione tra il privato e il collettivo.

Gli studi sulla soddisfazione residenziale mostrano livelli molto elevati: la maggioranza degli abitanti dichiara di non voler cambiare residenza, e le liste d’attesa per un appartamento nel complesso sono tra le più lunghe di Vienna. Questo non risolve il dibattito teorico sulla torre residenziale, ma suggerisce che la qualità complessiva dell’abitare, determinata dalla somma di dotazioni, gestione, spazi comuni e mix sociale, può compensare i limiti di una tipologia che altrove ha prodotto risultati molto peggiori.

Cinquant’anni dopo

A quasi cinquant’anni dalla costruzione, Alt Erlaa affronta le sfide che qualsiasi grande complesso residenziale deve affrontare nel tempo: l’invecchiamento demografico della popolazione, la necessità di aggiornare le dotazioni tecnologiche, la pressione di nuove domande abitative che il progetto originario non aveva previsto. La Wiener Wohnen ha avviato programmi di riqualificazione energetica degli edifici, isolamento termico, sostituzione degli impianti, installazione di pannelli fotovoltaici. Interventi che in un patrimonio privato frammentato sarebbero difficilmente coordinabili: la gestione pubblica centralizzata consente di programmarli su scala di complesso, ottimizzando i costi. Sul piano demografico, il progressivo invecchiamento di una parte della popolazione ha spinto la gestione a sviluppare servizi dedicati, assistenza domiciliare, spazi di socializzazione per anziani, programmi intergenerazionali, che si integrano con le dotazioni originarie.

Fermata della linea 64 del Tram che servì il quartiere prima della conversione della linea a metropolitana (1979,  Kurt Rasmussen)

Cosa resta

Alt Erlaa è spesso presentato come la prova che l’edilizia pubblica di qualità è possibile. È vero, ma richiede una precisazione: Alt Erlaa funziona all’interno di un sistema, il Gemeindebau viennese, che ne garantisce le condizioni di funzionamento. La qualità della gestione, la continuità dell’investimento nella manutenzione, la politica di mixité, la capacità istituzionale di adattare il complesso nel tempo: nessuno di questi elementi è intrinseco al progetto architettonico. Sono il prodotto di scelte politiche che potrebbero, in linea teorica, essere revocate.

Il modello viennese nel suo complesso non è esportabile meccanicamente. È il prodotto di una storia politica specifica, di una continuità istituzionale rara, di una cultura amministrativa costruita in un secolo. Ma contiene insegnamenti che trascendono il contesto locale. Il primo è che l’abitazione come diritto, non come enunciazione retorica ma come politica concreta, richiede che il soggetto pubblico sia un attore diretto nel mercato, non solo un regolatore esterno. Il secondo è che la mixité sociale non avviene spontaneamente: va progettata, attraverso criteri di assegnazione, composizione deliberata e investimento continuo nella qualità degli spazi. Il terzo è che la sostenibilità del modello dipende dalla volontà politica di resistere alle pressioni della rendita fondiaria, che in qualsiasi contesto tenderà a spingere verso la privatizzazione del patrimonio pubblico.

La vera domanda che Alt Erlaa pone non è “come si costruisce un Alt Erlaa?” ma “quali condizioni politiche, istituzionali e finanziarie rendono possibile che un grande complesso residenziale pubblico rimanga, dopo cinquant’anni, un luogo dove le persone vogliono vivere?” È una domanda che ogni città alle prese con la crisi abitativa dovrebbe porsi con la stessa serietà con cui studia le soluzioni tecniche. Vienna dimostra che un mercato abitativo diverso è possibile. Non perché abbia trovato una soluzione tecnica che altri non conoscono, ma perché ha scelto, per un secolo, di non smettere di provarci.

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