A Sderot, alle ultime elezioni, il Likud ha preso il 43% dei voti, in totale la coalizione della quale fa parte il partito di Netanyahu ha preso oltre l’80%. Sderot è una città a un chilometro e mezzo dal confine con Gaza, bersagliata per anni dai razzi di Hamas, segnata da disoccupazione cronica e da decenni di lamentele per l’abbandono da parte dello stato. A poche decine di chilometri da lì, dall’altra parte del confine, dall’ottobre 2023 sono state uccise oltre 70.000 persone, cifra del Ministero della Salute di Gaza, mentre uno studio del Lancet del 2026 stima il numero reale a oltre 75.000 morti nei soli primi sedici mesi di guerra. Una guerra che diversi osservatori internazionali, giuristi e organizzazioni per i diritti umani hanno definito un genocidio.
Eppure gli abitanti di Sderot, e quelli delle altre città che le assomigliano, continuano a votare in massa per il partito che governa Israele da quasi vent’anni e che questa ultima “operazione” nella Striscia l’ha condotta. Anche dopo il 7 ottobre 2023, anche dopo il fallimento di sicurezza più grave nella storia del paese, i sondaggi del 2025 indicano che il Likud rimane saldamente in testa proprio in queste città. Non è un’eccezione. È la regola di un quarto della popolazione israeliana.
Si chiamano ayarot pituakh, “città di sviluppo”: una trentina di centri costruiti negli anni Cinquanta nelle periferie del paese, nel Negev, in Galilea, lungo il confine con Gaza, per accogliere gli ebrei in arrivo dai paesi arabi e nordafricani. Erano l’avamposto del progetto sionista nelle aree meno popolate. Sono diventate il bastione elettorale della destra israeliana. E per capire perché Israele oggi è quello che è, bisogna passare da qui.
Cosa sono le città di sviluppo
Tra il 1948 e il 1951 arrivarono in Israele circa 700.000 ebrei dai paesi arabi e nordafricani: marocchini, iracheni, yemeniti, tunisini, iraniani, egiziani. Vennero chiamati mizrahim, “orientali”. Raddoppiavano la popolazione del nuovo stato, che non aveva infrastrutture per accoglierli.
Il governo laburista di Ben Gurion, espressione dell’élite ashkenazita di origine est-europea che aveva fondato il paese, risolse il problema in modo sbrigativo. Molti mizrahi vennero collocati nei ma’abarot, campi di transito fatti di tende e baracche di lamiera. Da lì, vennero progressivamente trasferiti in nuove cittadine costruite alla periferia geografica del paese: Dimona, Yeruham, Ofakim, Netivot, Kiryat Shmona, Beit She’an, Sderot. L’idea ufficiale era distribuire la popolazione, popolare le aree di confine, integrare i nuovi arrivati nel progetto nazionale.

Il Mapai laburista costruì effettivamente lo stato sociale che accolse anche i mizrahi: scuole pubbliche, sistema sanitario universale, sindacati, edilizia popolare, infrastrutture di base. Senza quell’impalcatura non ci sarebbe stata l’integrazione, sicuramente imperfetta, di centinaia di migliaia di immigrati impoveriti. Gli ashkenaziti che già vivevano in Israele, o che arrivarono dall’Europa dopo la Shoah, si stabilirono nelle aree centrali: Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme, i kibbutz più ricchi e prosperi. I mizrahi finirono in periferie con poca acqua, scuole sottofinanziate, sanità inadeguata e mercati del lavoro deboli. Alcuni episodi sono entrati nella memoria collettiva come simbolo di quella discriminazione: i bambini mizrahi spruzzati di DDT all’arrivo, la vicenda dei “bambini yemeniti” scomparsi dagli ospedali tra gli anni ’40 e ’50 e dati in adozione a famiglie ashkenaziti, un caso ancora oggi irrisolto su cui Israele ha riconosciuto solo nel 2021 le proprie responsabilità.
Le città di sviluppo nacquero quindi con una contraddizione di fondo. Erano presentate come avamposti pionieristici e in parte lo erano davvero, perché anche giovani ashkenaziti dei kibbutz si trasferirono in alcune di esse. Ma di fatto divennero zone di concentramento etnico-economico per una popolazione che il sistema politico di allora considerava “arretrata”, da modernizzare, da educare al sionismo laburista. Il risentimento accumulato in quei decenni è la chiave per capire tutto quello che è venuto dopo.

“Masuda di Sderot”: lo sguardo dell’élite sulla periferia
Nel maggio 1993, Alex Giladi, che allora era amministratore delegato di Keshet, uno dei primi gruppi editoriali ad avere la concessione del nascente Canale 2 (prima rete privata), rilascia un’intervista a una rivista di settore. Spiegando per quale pubblico farà televisione, dichiara: “Faccio televisione per Masuda Cohen di Sderot, e anche per Moshe Rabinowitz di Yavne’el”. Il nome “Masuda” è tipicamente nordafricano-ebraico. Sderot è la città di sviluppo per eccellenza. La frase passa alla storia.
Da allora, “Masuda di Sderot” è diventata un’espressione di uso comune nell’ebraico israeliano per indicare la donna mizrahi anziana, di periferia, di basso status sociale, poco istruita; insomma il pubblico “semplice” a cui si dovrebbero rivolgere prodotti culturali di bassa qualità. È uno stereotipo razzista travestito da analisi sociologica. Lo stesso Giladi, anni dopo, è stato accusato da diverse donne di violenza sessuale, ironia amara di un uomo che si era arrogato il diritto di parlare a nome delle donne mizrahi.
L’espressione non è scomparsa. Nel gennaio 2024, in piena guerra a Gaza, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha parlato con tono sprezzante delle donne di Sderot e Ofakim, e diversi commentatori hanno notato come stesse rievocando lo stereotipo di “Masuda di Sderot” trent’anni dopo, parlando del fatto che non aveva senso spiegare ai quei “sempliciotti” le spiegazioni militati del caso. La giornalista Sivan Rahav-Meir ha osservato amaramente che dopo il 7 ottobre, mentre donne come Rachel Adri, un’anziana di Ofakim che durante l’attacco di Hamas ha letteralmente preparato biscotti ai militanti per guadagnare tempo finché non è arrivata la polizia, diventano eroine nazionali, l’élite ricca del paese continua a guardarle dall’alto in basso.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questo. Sderot occupa nel discorso politico israeliano uno spazio che eccede di gran lunga le sue dimensioni reali, la sua importanza economica, la sua popolazione. È il simbolo della periferia per eccellenza: i politici la visitano costantemente nelle campagne elettorali, la usano per parlare di “resilienza nazionale”, la mostrano come modello di tenuta civile davanti alle minacce di sicurezza. Sderot è insieme oggetto di pietà paternalista (la “Masuda” da intrattenere con TV di basso livello), modello di eroismo nazionale (il bastione che resiste ai razzi), e bacino elettorale da coltivare.
Questo paternalismo dall’alto, questa riduzione costante della periferia mizrahi a categoria caricaturale è esattamente il tipo di sguardo che ha alimentato per decenni il rancore verso la sinistra. Ed è da questo rancore che è nata, nel 1977, la rivoluzione politica che ha cambiato Israele per sempre.
Il 1977 e la rivoluzione di Begin
Nel maggio del 1977 il Likud vinse le elezioni per la prima volta nella storia israeliana, mettendo fine a trent’anni di dominio laburista. Lo storico israeliano Asher Cohen ha scritto che quella vittoria è “universalmente attribuita” al voto mizrahi. Menachem Begin, paradossalmente lui stesso ashkenazita di origini polacche, era riuscito a costruire un’alleanza politica con le periferie della nazione costruita su più livelli: identità, religione, nazionalismo, opposizione al socialismo dell’establishment. Diceva loro che erano fratelli, ebrei come gli altri, parte integrante della nazione. Era un linguaggio che nelle periferie risuonava come riconoscimento, in opposizione allo sguardo paternalista che avevano subito per decenni.

Sarebbe però troppo semplice ridurre tutto al risentimento anti-laburista. Il voto Likud nelle città di sviluppo si è consolidato anche per altre ragioni: una religiosità tradizionale che il Mapai laico aveva spesso trattato con sufficienza e che il Likud rispettava; un nazionalismo ebraico che dopo la guerra del 1967 e quella del 1973 trovava nel discorso della destra una formulazione più netta; reti clientelari locali che il Likud seppe costruire in modo capillare nelle periferie, premiando chi gli era fedele con assunzioni, contratti, accesso ai servizi. Anche la destra praticò il proprio paternalismo, ma lo fece parlando la lingua delle persone a cui si rivolgeva. Da allora, nelle città di sviluppo, il Likud non ha praticamente mai perso.
C’è un paradosso che chiunque guardi Israele dall’esterno fatica a capire: i mizrahi sono mediamente più poveri degli ashkenaziti, vivono in aree economicamente svantaggiate, e votano in massa per un partito di destra che ha smantellato lo stato sociale. Il sociologo Gideon Rahat dell’Università Ebraica di Gerusalemme l’ha sintetizzato così: “La politica dell’identità è più forte di qualsiasi interesse economico”.
Lo storico Danny Gutwein ha argomentato che il Likud, dopo aver vinto, fece qualcosa di concreto per i mizrahi: li compensò del taglio del welfare offrendo case a basso costo nelle colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est a scapito dei palestinesi che si vedono costretti a partire perdendo le loro case, e rendendo sempre più difficile il progetto di uno stato palestinese. Le “colonie del welfare”, come le chiama Gutwein, hanno effettivamente migliorato la posizione economica di parte della classe lavoratrice mizrahi. Lo stato sociale fu smantellato, ma una fetta significativa di quella popolazione fu compensata con l’accesso alla terra occupata illegalmente. Il legame tra periferie israeliane e occupazione dei territori palestinesi, in altre parole, non è solo ideologico, ma é stato ed é anche materiale.
Il rapporto economico con i palestinesi
C’è un altro pezzo della storia che spiega il sostegno mizrahi alla destra. L’ingresso massiccio della manodopera palestinese nel mercato del lavoro israeliano dopo l’occupazione del 1967 ha cambiato la posizione sociale dei mizrahi.
Uno studio del 1987 di Noah Levin-Epstein e Moshe Semyonov mostra il dato in maniera netta: nel 1969 il 42% degli immigrati da Asia e Africa svolgeva lavori non qualificati o semi-qualificati. Nel 1982 era sceso al 25%. Cosa era successo? I lavori che prima toccavano ai mizrahi, tutto ciò che era edilizia, agricoltura, pulizie, mansioni faticose e mal pagate, erano stati progressivamente assunti dai palestinesi dei territori occupati. Gli stessi ricercatori notavano che i palestinesi non venivano percepiti come una minaccia, ma in alcuni casi come “liberatori” da quei mestieri sgraditi.

Questo non significa che i mizrahi siano semplicemente “razzisti per convenienza”. Significa che la struttura economica israeliana, dopo il 1967, ha legato il miglioramento sociale di una parte significativa della classe lavoratrice ebraica all’esistenza di un’altra classe lavoratrice, quella palestinese, priva di diritti politici e mantenuta in posizione subordinata. È un meccanismo classico in molte società coloniali.
Quando oggi nelle città di sviluppo si vota Likud o si arriva a votare il partito di Itamar Ben Gvir, mizrahi lui stesso, ammiratore del rabbino razzista Meir Kahane, non si tratta soltanto di rancore identitario contro l’élite ashkenazita. C’è anche un interesse concreto, sedimentato in cinquant’anni di occupazione, a mantenere lo status quo. Le città di sviluppo non sono tra i beneficiari principali del sistema economico israeliano, ma sono comunque dentro al sistema. I palestinesi sono fuori.
Voci mizrahi diverse
Sarebbe sbagliato presentare il mondo mizrahi come un blocco compatto e di destra. Negli anni Settanta nacquero a Gerusalemme le Pantere Nere israeliane, esplicitamente ispirate al movimento afroamericano, che denunciavano la condizione dei mizrahi come “neri” nel sistema sionista e parlavano di “ghetti per neri” nei quartieri popolari. Il movimento Mizrahi Democratic Rainbow Coalition, attivo dagli anni Novanta, ha continuato la battaglia per i diritti sociali e contro la discriminazione su basi di sinistra.
Esistono intellettuali mizrahi di sinistra molto critici verso il Likud, attivisti che lavorano nelle città di sviluppo per costruire alternative politiche, giovani che rifiutano l’equazione “mizrahi uguale destra”. Ma sono minoranze. Il fatto che il principale partito di sinistra ebraica, il Labour, sia oggi politicamente irrilevante, ridotto a pochissimi seggi in parlamento, mostra quanto poco spazio queste voci abbiano oggi nel dibattito pubblico israeliano.

Vicini e nemici: il paradosso arabo
C’è un dettaglio che salta all’occhio appena si guarda una mappa delle città di sviluppo: la maggior parte di esse confina con popolazioni arabe. Sderot è a ridosso di Gaza ma anche di villaggi beduini del Negev. Kiryat Shmona si affaccia sul Libano e sulla Galilea araba. Beit She’an, Afula, Migdal HaEmek vivono accanto a comunità arabo-israeliane. Inoltre, in molte di queste città, l’arabo è la prima lingua di chi ha più di sessant’anni, perché i loro genitori sono arrivati da Fes, Baghdad, Sana’a, Il Cairo. Mangiano cibo arabo, ascoltano musica araba, pregano in sinagoghe dove la liturgia ricorda le moschee. Ma politicamente, l’arabo è il nemico.
Questo paradosso è la ferita identitaria centrale del mondo mizrahi. La studiosa Ella Shohat, ebrea irachena, da decenni una delle voci mizrahi più radicali nel mondo accademico, ha parlato di “vittime del sionismo” anche per riferirsi ai mizrahi, costretti a una “de-arabizzazione” forzata per essere accettati come ebrei israeliani a pieno titolo. Per generazioni, parlare arabo in pubblico o ascoltare Umm Kulthum era considerato segno di arretratezza, sposare un musulmano era, e spesso lo é ancora, impensabile. Il sionismo laburista chiedeva ai mizrahi di rinnegare la parte araba di sé per integrarsi nella nuova nazione ebraica di stampo europeo. Molti, per sopravvivere socialmente, lo hanno fatto. Alcuni con rabbia, altri trasformando quella ferita in odio attivo verso ciò che erano stati costretti a lasciarsi indietro.
Il caso dei beduini del Negev è il più crudo. Sono cittadini israeliani a tutti gli effetti, sono arabi, e vivono spesso a poche centinaia di metri dalle case dei mizrahi di Sderot, Ofakim, Netivot. Ma dei loro 300.000 abitanti, circa un terzo vive in villaggi “non riconosciuti” dallo stato: senza acqua corrente, senza elettricità, senza strade asfaltate, con case che vengono regolarmente demolite dalle ruspe dello stato. Il villaggio di Al-Araqib è stato demolito oltre duecento volte. Mentre i mizrahi di Sderot ricevono allarmi antimissile, i beduini dei villaggi non riconosciuti spesso non hanno nemmeno rifugi: i razzi che sono partiti da Gaza nei periodi di alta tensione hanno ucciso anche loro, ignorando confini di cittadinanza che lo stato israeliano non aveva voluto riconoscere prima.

E poi c’è la memoria storica, che pesa. Le comunità ebraiche dei paesi arabi hanno vissuto per secoli in convivenza pacifica con i loro vicini musulmani, ma hanno anche subito episodi violenti che la propaganda di destra usa oggi per giustificare l’ostilità. Il Farhud di Baghdad nel 1941, pogrom anti-ebraico in cui morirono circa 180 persone, è raccontato nelle famiglie irachene ancora oggi. I disordini contro gli ebrei in Marocco, in Yemen, in Libia, in Egitto tra gli anni ’40 e ’50 hanno spinto centinaia di migliaia di persone a fuggire o essere espulse, lasciando proprietà che non sono mai state restituite. Una parte della destra mizrahi parla di una “Nakba ebraica” parallela a quella palestinese, sostenendo che se i palestinesi rivendicano il diritto al ritorno, allora anche gli ebrei dovrebbero rivendicarlo verso Iraq, Yemen, Marocco. È un argomento retorico potente, indipendentemente da quanto sia storicamente sostenibile.
A questo si aggiunge la realtà concreta degli ultimi vent’anni: razzi di Hamas che cadono su Sderot quasi quotidianamente fino al 2023, missili di Hezbollah che colpiscono Kiryat Shmona, la sensazione permanente di essere il fronte. La paura non è inventata. I mizrahi delle città di confine hanno pagato in vite umane il conflitto molto più degli ashkenaziti dei quartieri benestanti di Tel Aviv. Quando la sinistra israeliana parla di pace dai salotti del centro del paese, nelle periferie sentono parole che non capiscono.
La logica, che dall’esterno sembra paradossale, é: si rifiuta culturalmente l’arabo perché è stato necessario farlo per essere accettati come israeliani; si teme l’arabo perché i razzi cadono davvero sulle proprie case; si vota per chi promette di tenere l’arabo in posizione subordinata, perché questa subordinazione è ciò che ha permesso la propria ascesa sociale.
Il 7 ottobre e la guerra a Gaza
Si potrebbe pensare che, davanti al fallimento di sicurezza più grave nella storia di Israele, avvenuto sotto il governo Netanyahu, dopo che lui stesso aveva passato anni a ridicolizzare l’idea che Hamas fosse una minaccia seria, l’elettorato del Likud nelle periferie si sarebbe spostato. Le città di sviluppo del Negev erano in prima linea quel 7 ottobre 2023.
Non è successo niente di tutto questo. I sondaggi del 2025 mostrano il Likud tra i 24 e i 27 seggi, sempre in testa. Il politologo Yaniv Shapira l’ha chiamata “democrazia tribale”: l’identità politica si sovrappone all’identità etnica e sociale, e neanche un evento come il 7 ottobre la cambia. Il professor Asher Cohen della Bar-Ilan University ha parlato di “tradizionalizzazione” della società israeliana dopo quella data: non più religiosità, ma un attaccamento crescente all’identità ebraica come elemento di sopravvivenza nazionale. Per gli abitanti delle città di sviluppo, che vivono il conflitto sulla propria pelle e che non hanno mai conosciuto la sicurezza dei centri ashkenaziti del centro-paese, questo discorso ha una presa fortissima.
Una critica logica, non morale
A questo punto è facile cadere in due errori opposti. Il primo è considerare gli abitanti delle città di sviluppo come fanatici di destra, razzisti, complici di un genocidio. È la lettura che spesso emerge nella sinistra israeliana, e che riproduce esattamente il disprezzo coloniale che ha generato il problema all’inizio. Il secondo è giustificare tutto sulla base del trauma e della discriminazione passata, come se le scelte politiche delle vittime fossero automaticamente legittime per via della loro storia.
Nessuna delle due posizioni regge. Tutto quello che ho descritto fin qui, la discriminazione storica, il rancore, la ferita identitaria della de-arabizzazione, la percezione di assedio, è reale e va riconosciuto. Ma niente di tutto questo cambia il fatto che oggi quel voto sostiene un governo che sta conducendo una delle operazioni militari più devastanti del XXI secolo contro una popolazione civile, e che considera apertamente l’espulsione dei palestinesi da Gaza, gli ultimi degli ultimi in quel fazzoletto di terra.
Finché lo stato di Israele garantirà alle sue periferie ebraiche una posizione superiore a quella dei palestinesi senza diritti, finché l’occupazione sarà un meccanismo di redistribuzione interno alla società ebraica, finché l’unica alternativa politica sarà rappresentata da partiti che parlano di pace senza affrontare le diseguaglianze interne né riconoscere la specificità mizrahi, le città di sviluppo continueranno a votare a destra.
E quel meccanismo si sta riproducendo proprio in questi mesi. Dall’ottobre 2025, con la cosiddetta Yellow Line, Israele controlla direttamente quasi il 58% della Striscia di Gaza. Sulla carta è un confine temporaneo, parte della tregua. Ma il capo di stato maggiore Eyal Zamir, parlando ai media israeliani, l’ha già definita “il nuovo confine: linea di difesa avanzata per gli insediamenti e linea di attacco”. Quegli “insediamenti” sono Sderot, Netivot, Ofakim. È lo stesso copione del 1967: un’occupazione temporanea che si consolida, e che prima o poi verrà popolata. E come già successo in Cisgiordania, i nuovi coloni arriveranno in buona parte proprio dalle città di sviluppo.
Cosa significa tutto questo
Si parla spesso del governo Netanyahu come di un’anomalia, di un’estremizzazione recente, di una deriva. È una lettura molto semplicistica, e sbagliata. Quel governo è il risultato, coerente, di un sistema politico ed economico che ha radici ben radicate, e le città di sviluppo sono uno dei pilastri di quel sistema.
Cambiare Israele, sia che si parli di pace coi palestinesi, sia che si parli di una società più equa al suo interno, richiede di affrontare la condizione delle sue periferie. Non basta sostituire Netanyahu con un altro leader del centro liberale: quel modello è già stato provato e ha fallito proprio perché non ha mai parlato davvero a tutti.
L’unica forza politica capace di rompere il legame tra periferie mizrahi e destra nazionalista sarebbe una sinistra che riconosca davvero la frattura etnico-sociale interna alla società ebraica israeliana, che metta al centro la giustizia distributiva, che riapra il discorso sulla componente araba dell’identità mizrahi, e che leghi tutto questo, con coraggio, alla fine dell’occupazione. Una sinistra del genere oggi in Israele non esiste, o è marginale. È una delle ragioni per cui, mentre Gaza viene rasa al suolo, Sderot continua a votare Likud.
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