La prima volta che ho sentito parlare dei Radicali avevo quattordici o quindici anni e stavo guardando un servizio sulla morte di DJ Fabo: uno o due anni dopo. Non sapevo nulla o quasi nulla di eutanasia, del Partito, dei partiti, di Pannella, dei referendum sul divorzio e dei referendum in generale. Sapevo che un uomo aveva accompagnato un altro uomo, cieco e paralizzato dopo un incidente, a morire in una clinica svizzera, e che adesso rischiava dodici anni di carcere. Quell’uomo era Marco Cappato.
Pannella era morto da qualche anno. La connessione tra le due cose, tra Pannella e Cappato che andava a costituirsi davanti ai carabinieri, negli anni successivi me la sarei costruita pezzo per pezzo, più per caso che per consapevolezza politica. Oggi è il 19 maggio 2026, dieci anni esatti dalla morte di Pannella, e per dieci anni si è ripetuto un esercizio collettivo che vale la pena guardare da vicino.
I quotidiani, i telegiornali, i comunicati delle istituzioni continuano a restituire, dopo 10 anni, un Pannella ricomposto, stimato da tutti. Sergio Mattarella ha parlato di un’eredità di valori che riguarda “anche chi non ne ha condiviso le battaglie”. Le rievocazioni si concentrano su titoli condivisibili: divorzio, aborto, obiezione di coscienza, fame nel mondo, e hanno schivato sistematicamente quelli che oggi sarebbero scomodi: l’amnistia per tutti, Silvio Berlusconi compreso; la legalizzazione di tutte le droghe, non solo della cannabis; il sostegno a regimi e cause anomale per la sinistra italiana; le alleanze con il centrodestra negli anni Novanta.
Insomma un Pannella senza spigoli. La frase di Mattarella è in questo senso perfetta: permette a tutti di omaggiarlo senza assumersi alcuna delle posizioni concrete che lo resero, in vita, una figura non solo divisiva ma fastidiosa per quasi tutti i suoi interlocutori politici, di destra e di sinistra.
Capire Pannella oggi richiede una presa di distanza dalla sua santificazione postuma. Non per polemica e non per il gusto di tirare fuori vecchie contese, ma perché una memoria troppo pacificata di Pannella rende invisibili le cose che oggi sarebbe più importante ricordare: le battaglie che ha perso e che restano aperte, il metodo che ha praticato e che pochi continuano a praticare, e la natura di un’eredità che chi la rivendica con maggior coerenza rifiuta esplicitamente di chiamare così, Marco Cappato.

E le battaglie aperte?
Pannella nasce a Teramo nel 1930, fonda il Partito Radicale a venticinque anni nel 1955, conduce il primo sciopero della fame nel novembre 1969 per accelerare il voto sulla legge Fortuna-Baslini sul divorzio, e da quel momento per quarantasette anni mette il proprio corpo al servizio di una serie praticamente ininterrotta di campagne politiche non violente.
Quando muore, il 19 maggio 2016, ha condotto più di cento digiuni e una manciata di scioperi della sete, portando al limite in piu’ occasioni il suo corpo. Le vittorie più ricordate sono quelle degli anni Settanta: divorzio, aborto, obiezione di coscienza al servizio militare. Sono battaglie vinte e che hanno cambiato la vita materiale di milioni di persone, in particolare delle donne.
Ma il Pannella che muore nel 2016 è anche, e soprattutto, un uomo che negli ultimi quindici anni della sua vita ha portato avanti battaglie che la politica italiana ha rifiutato di accogliere. La più grande, la più ripetuta e la più ignorata è quella per l’amnistia.
Pannella sosteneva l’amnistia generale e indistinta come misura tecnica, non come premio. Lo Stato italiano, secondo lui, era da decenni in stato di illegalità nei confronti dei propri cittadini: processi interminabili, carceri sovraffollate, condanne continue dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Insomma, cancellare o ridurre una parte dei reati e delle pene, per alleggerire il sistema giudiziario e le carceri. La conseguenza di questa posizione era però difficilmente accettabile, perché avrebbe coinvolto tutti: da Berlusconi ai corrotti nei palazzi delle istituzioni.
Era una posizione che lo isolava da entrambi gli schieramenti. Sicuramente era una posizione coerente con una concezione fortemente liberale dello Stato di diritto, secondo cui la giustizia non può essere selettiva neanche quando i destinatari del trattamento eccezionale sono persone che si ritengono non degne di clemenza.
Lo sciopero della fame più lungo di Pannella, durato tre mesi, dal 20 aprile al 19 luglio 2011, fu appunto condotto per l’amnistia. L’ultimo, nell’agosto 2015, ancora per le carceri e per la riforma della giustizia, lo costrinse a interrompersi dopo una telefonata di Mattarella. Sarebbe morto dieci mesi dopo.
Nel corso di quegli anni la sua argomentazione resta sostanzialmente identica e sostanzialmente ignorata. Le sentenze della Corte europea continuano ad accumularsi, le condizioni delle carceri italiane restano critiche, l’amnistia non viene mai presa seriamente in considerazione da nessun governo, né di destra né di sinistra, al massimo l’indulto parziale con Prodi. Quella battaglia, dieci anni dopo la sua morte, è esattamente al punto in cui lui l’aveva lasciata.
Lo stesso vale per l’antiproibizionismo. Pannella si fa arrestare nel 1975 dopo aver fumato uno spinello in pubblico in un atto deliberato di disobbedienza civile; nel 1995 cede duecento grammi di hashish in diretta televisiva ad Alda D’Eusanio; per quarant’anni argomenta che la guerra alle droghe, nella forma proibizionista, è una catastrofe sanitaria, sociale ed economica.
Argomenta non solo per la cannabis ma per tutte le sostanze, con una posizione molto più radicale di quella che oggi viene cautamente discussa anche nelle commissioni parlamentari più progressiste e libertarie. Anche questa battaglia, in Italia, è di fatto persa.
Ci sono poi le battaglie internazionali che oggi appaiono sconosciute non solo ad una buona parte del pubblico, ma anche ad una grandissima parte dei politici italiani: i tibetani in esilio, gli uiguri, i praticanti del Falun Gong perseguitati in Cina. Sono lotte difficili da incasellare in una categoria: non sono di sinistra né di destra, non hanno un movimento numeroso che le sostiene, dipendono dalla capacità di un’organizzazione di insistere nel tempo.

Il metodo Pannella
La parola che ricorre quando si parla di Pannella è “nonviolenza”, ma il termine è fuorviante per come viene usato oggi. La nonviolenza pannelliana non era pacifismo. Pannella affermava che secondo lui la nonviolenza non era incompatibile, in caso di necessità, con la difesa armata.
La nonviolenza non era una posizione morale ma uno strumento politico preciso, ispirato a Mahatma Gandhi attraverso l’interpretazione tutta italiana di Aldo Capitini, padre del movimento nonviolento in Italia. Lo strumento aveva uno schema chiaro: scegliere un terreno di scontro in cui la disobbedienza alla legge è visibile, accettare le conseguenze legali della disobbedienza, mettere il proprio corpo in gioco fisicamente con il digiuno, con l’arresto, con il processo, in modo da rendere impossibile per l’autorità ignorare il problema politico di fondo.
Questo metodo aveva alcune conseguenze pratiche e teoriche. La prima è che le battaglie radicali tendevano a essere lunghe e ripetitive. La logica era costruire pazientemente, attraverso la costanza e la perseveranza, la pressione mediatica e politica necessaria per ottenere risultati che le maggioranze parlamentari non avrebbero altrimenti concesso.

La seconda conseguenza era che la nonviolenza di Pannella includeva lo show. Pannella non praticava la disobbedienza in segreto: chiamava le televisioni, convocava le conferenze stampa, fumava lo spinello davanti ai fotografi, regalava l’hashish in diretta. La distinzione tra azione politica e spettacolo era volontariamente inesistente.
La nonviolenza di Pannella era una forma di politica costruita come un’espibizione continua. Funzionava finché i media italiani erano pochi e concentrati, e quindi finivano per accorgersi di quello che accadeva vicino a Montecitorio. Oggi funziona molto meno, perché il sistema dell’informazione è frammentato e veloce, e può ignorare anche un digiuno per settimane prima di dargli spazio.
Dopo Pannella
A questo punto entra in scena Marco Cappato, che dal 1992 fa il radicale di mestiere. Cappato è stato deputato europeo, consigliere comunale a Milano, candidato sindaco. Ma soprattutto, con l’Associazione Luca Coscioni, ha trasformato una singola questione, il diritto al fine vita, nella battaglia radicale più visibile del decennio successivo alla morte di Pannella.
Nel 2002 Luca Coscioni, economista malato di sclerosi laterale amiotrofica, fonda con Pannella l’omonima associazione. Nel 2006 muore Piergiorgio Welby, dopo aver chiesto pubblicamente l’interruzione delle terapie; Cappato lo sostiene con uno sciopero della fame di diciassette giorni.
Nel febbraio 2017 accompagna DJ Fabo in una clinica vicino a Zurigo, dove Antoniani muore di suicidio assistito. Cappato lo annuncia pubblicamente, rientra in Italia, va a costituirsi dai carabinieri di Milano. Rischia da cinque a dodici anni di carcere ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio.
Il processo che ne segue diventa lo strumento attraverso cui la questione del fine vita entra per la prima volta in Italia in un dibattito giuridico e parlamentare serio. Nel 2019 la Corte costituzionale emette la sentenza 242, che dichiara parzialmente incostituzionale l’articolo 580 e individua le condizioni in cui l’aiuto al suicidio non è punibile. Cappato viene assolto definitivamente nel dicembre 2019.

Cappato applica il metodo Pannella alla lettera: scelta del terreno, disobbedienza visibile e pubblica, accettazione delle conseguenze, uso del processo come strumento politico, pressione mediatica permanente. Per questo Cappato è diventato l’erede.
Eppure Cappato stesso ha esplicitamente rifiutato la qualifica di “erede”. In un’intervista all’Espresso del marzo 2017 disse: “Ma non diremo mai che oggi Marco “starebbe con noi” – e solo un idiota potrebbe pensare di essere l’erede di Pannella. Anzi, dico che se fosse vivo forse ci urlerebbe contro”.
Cosa ci rimane?
Dieci anni dopo, di Pannella resta questo.
Quelle battaglie che, col senno di poi, sembrano condividere tutti, una biografia pacificata, legata a quelle straordinarie battaglie degli anni 70’.
E poi c’è un repertorio di battaglie aperte che la politica italiana non ha saputo o voluto raccogliere: amnistia, riforma della giustizia, condizioni delle carceri, antiproibizionismo, diritti dei detenuti. Sono questioni su cui Pannella ha condotto le ultime fasi della sua attività e che oggi sono più marginali nel dibattito pubblico di quanto lo fossero 30 anni fa.
Infine il metodo, che a parte Cappato e una manciata di figure dell’associazione Luca Coscioni, sostanzialmente nessuno pratica più nella forma rigorosa che Pannella aveva costruito nel corso di mezzo secolo.
Tra il pubblico generalista e i giornali del decennale c’è in sostanza un accordo su questa pacificazione del personaggio, un po’ di rispetto superficiale per il mezzo, e il silenzio su tutte le battaglie che lascio’ aperte. Eppure è proprio su queste battaglie che un anniversario potrebbe servire a qualcosa di più di una semplice commemorazione.

Pannella non era un santo né un profeta, e probabilmente sarebbe sgradevolmente irritato dall’aria di intoccabilità che lo circonda oggi. Era un uomo che ha dedicato cinquant’anni a sostenere posizioni politiche specifiche, alcune delle quali resteranno divisive a lungo, alcune delle quali sono state vinte e dimenticate.
Eppure resta vero che le carceri italiane, oggi, sono nelle stesse condizioni in cui lui le ha lasciate. E che da qualche parte, in una clinica vicino a Zurigo, ogni anno alcune decine di connazionali continuano a viaggiare per ottenere ciò che il Parlamento del loro paese si rifiuta di concedere loro. Su questo, almeno, il decennale potrebbe avere qualcosa di più da dire.
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